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Consiglio regionale della Puglia, torna lo spettro dei “missionari”: emblema dello spreco

La proposta, presentata dal capogruppo del Pd, è stata approvata all’unanimità in Commissione Lavoro, praticamente senza dibattito

Consiglio regionale della Puglia, torna lo spettro dei “missionari”: emblema dello spreco
CONSIGLIO REGIONALE DELLA PUGLIA, NUOVA SEDE ESTERNI PALAZZO

Quindici anni dopo la loro abolizione, i «missionari» tornano ad affacciarsi nei corridoi del Consiglio regionale. Non con una legge ad hoc, ma attraverso una modifica apparentemente tecnica, destinata però a riaprire una delle pagine più controverse della politica pugliese. Da una parte chi denuncia il rischio di far rientrare dalla finestra un sistema cancellato nel 2011 perché simbolo dei privilegi di Palazzo; dall’altra chi assicura che non ci saranno né nuovi costi, né il ripristino delle indennità finite allora nel mirino.

La proposta, presentata dal capogruppo del Partito Democratico Stefano Minerva, è stata approvata all’unanimità in Commissione Lavoro, praticamente senza dibattito. Nelle prossime sedute approderà in Aula. Il provvedimento modifica una legge regionale del 1974 prevedendo che la Conferenza dei Presidenti dei Gruppi consiliari possa avvalersi di personale regionale posto in distacco per la propria segreteria. È proprio questo passaggio ad alimentare le polemiche. Per i critici si tratta del ritorno, seppur in una veste diversa, dei cosiddetti «missionari»: dipendenti regionali destinati a lavorare a supporto della politica. Un istituto abolito nel 2011 dopo le polemiche sulle indennità aggiuntive, i rimborsi e le diarie che, in alcuni casi, arrivavano quasi a raddoppiare il trattamento economico dei dipendenti coinvolti. Le contestazioni non riguardano soltanto l’aspetto economico. Il timore è che personale venga sottratto agli uffici della Regione, già alle prese con carenze di organico, per essere destinato alle strutture politiche del Consiglio.

A questo si aggiunge il fatto che i gruppi consiliari dispongono già di circa 3 milioni di euro l’anno, oltre 53 mila euro per ciascuno dei 51 consiglieri regionali, per finanziare collaboratori e consulenti. Da qui la domanda che accompagna il provvedimento: è davvero necessario riportare in vita uno strumento che richiama una stagione archiviata proprio in nome della riduzione dei costi della politica? La relazione illustrativa della proposta offre una lettura opposta. Il provvedimento, viene evidenziato, non istituisce nuovi organismi e non autorizza nuove assunzioni, limitandosi a disciplinare il supporto amministrativo della Conferenza dei Presidenti dei Gruppi attraverso personale già in servizio nell’amministrazione regionale. Il testo contiene inoltre una clausola di invarianza finanziaria che esclude espressamente «nuovi o maggiori oneri per la finanza regionale». Non solo.

Per evitare qualsiasi richiamo al vecchio sistema, la proposta stabilisce che al personale distaccato non si applicheranno i rimborsi spese previsti dalla legge regionale del 2011 per il personale assegnato agli organi statutari e ai gruppi consiliari. Una scelta che, nelle intenzioni dei proponenti, dovrebbe sgomberare il campo dall’ipotesi di un ritorno ai benefici economici che avevano accompagnato i vecchi «missionari». Nelle stesse sedute in cui il provvedimento arriverà in Aula, il Consiglio regionale sarà chiamato anche a deliberare la destinazione di 35 milioni di euro di avanzo di amministrazione, che si aggiungono ai circa 30 milioni già utilizzati nella precedente legislatura. Per i firmatari della proposta, ridurre il dibattito esclusivamente al tema dei «missionari» rischierebbe di mettere in secondo piano un risultato di bilancio che viene indicato come uno dei punti qualificanti della gestione finanziaria dell’ente. Al di là delle rassicurazioni contenute nella norma, resta però il peso politico del suo valore simbolico. Perché basta evocare i «missionari» per riaprire una ferita mai del tutto rimarginata e riportare al centro della discussione un tema destinato a dividere: il confine tra le esigenze organizzative della politica e il rischio che, sotto nuove forme, tornino privilegi che la Regione aveva scelto di cancellare quindici anni fa.