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Coltivare la terra senza l’uso dell’acqua: la nuova frontiera dell’agricoltura pugliese

Nella «Apulia» di oraziana memoria la scarsità d’acqua non è una novità: anche allora si faceva i conti con estati calde e piogge limitate

Coltivare la terra senza l’uso dell’acqua: la nuova frontiera dell’agricoltura pugliese

Massimizzare l’immagazzinamento dell’acqua piovana nel suolo, ridurre l’evaporazione, permettendo alle piante di sopravvivere e produrre senza ricorrere a impianti irrigui, oppure usandoli solo in estrema emergenza. Sono i principi alla base della cosiddetta aridocoltura, una pratica che, complice il «climate change», sta tornando in voga anche nella nostra regione. Nella «Apulia sitiens» di oraziana memoria, in realtà, la scarsità d’acqua non è una novità. Qui sempre gli agricoltori hanno dovuto fare i conti con estati calde e precipitazioni limitate. Tuttavia il cambiamento climatico sta rendendo la situazione più complessa, con temperature più elevate, fabbisogni idrici maggiori ed eventi estremi più frequenti. Ed è questa oggi la sfida principale dell’agricoltura regionale. Non si tratta semplicemente di «coltivare senza acqua», ma di utilizzare nel modo più razionale possibile una risorsa sempre più limitata.

Uno sguardo al passato

Un esempio documentato di pratiche provenienti dal passato riguarda il barattiere e il pomodoro, coltivati a inizio secolo «in seccagno», ossia senza irrigazione dopo le prime bagnature necessarie alla fase di trapianto, su terreni profondi e adeguatamente lavorati per favorire lo sviluppo delle radici. Ma diverse sono le tecniche per limitare, nel corso dell’anno, l’utilizzo della risorsa idrica. La «pacciamatura spessa» consente nel coprire il suolo intorno alle piante con uno strato di paglia, fieno o cippato per schermare la terra dal sole battente e ridurre l’evaporazione quasi a zero. Il «sovescio», invece, ossia la pratica di coltivare essenze leguminose o graminacee durante l’inverno da interrare a inizio primavera, protegge il suolo dal dilavamento e ne arricchisce la fertilità. In quest’ottica anche i tradizionali muretti a secco pugliesi (oggi patrimonio dell’Unesco) non sono semplici delimitatori di confini, ma veri e propri condensatori di umidità. Durante le ore più calde della giornata, l’aria umida entra tra le pietre calde e, incontrando temperature interne più basse, condensa in gocce d’acqua che colano nel terreno sottostante. Non a caso piantare colture a ridosso di queste strutture ne massimizza la resa.

L’ottimizzazione scientifica

Oggi questa conoscenza contadina che arriva dal passato viene affiancata dalla ricerca scientifica. L’obiettivo è valorizzare quella che viene definita «green water», cioè l’acqua proveniente dalle precipitazioni che penetra nel suolo e può essere utilizzata dalle colture. Sensori, sistemi di irrigazione localizzata, immagini satellitari, possono aiutare a stabilire quanto, quando e dove irrigare, evitando sprechi e concentrando l’acqua dove serve realmente. Una combinazione tra saperi tradizionali e sviluppo scientifico che punta a rendere le coltivazioni più adatte a un clima nel quale l’acqua disponibile è destinata a essere una risorsa sempre più prezio