Con L’ombra gemella, edito da Elliot, 2026, Silvio Raffo torna al romanzo dopo una carriera che intreccia poesia, traduzione e narrativa da oltre quarant’anni. Raffo è tra i più prolifici traduttori italiani di autrici anglo-americane, e proprio questa lunga frequentazione con Emily Dickinson e i romantici inglesi ha forgiato una sensibilità letteraria che affiora in ogni pagina del nuovo libro. È stato, inoltre, finalista al Premio Strega nel 1997 con La voce della pietra, poi diventato un film, per la regia di Eric Howell, che riesce a riproporre sulla pellicola quasi la stessa raffinatezza dell’opera letteraria. Non è dunque un esordiente che si cimenta con l’occulto per moda: è uno scrittore che da decenni coltiva il proprio immaginario gotico-metafisico con coerenza quasi ossessiva.
Il doppio originario
Il romanzo è ambientato a Nemi, il villaggio laziale reso celebre da Byron e Frazer, custode di memorie di arcani riti sacrificali. Qui vive un professore senza età, misantropo per vocazione, il cui isolamento a Villa Armonia viene incrinato dall’arrivo di un giovane poeta, cultore come lui di letteratura e occultismo. L’intervento di un eccentrico ipnologo introduce nel narratore il sospetto inquietante di un tragico karma condiviso, innescando una vicenda d’amore e morte che sfocia, nella tradizione del thriller metafisico caro all’autore, in un delitto e in un finale numinoso. Il nucleo simbolico è quello del parto gemellare mancato, evocato con un’immagine potente: un figlio più forte che, nel grembo materno, ha «divorato» il gemello più debole, metafora anticipatrice di tutta la vicenda, dove l’ombra non è mai solo psicologica ma quasi biologica, originaria.
Figure dell’ombra
È qui che il romanzo si gioca la sua vera scommessa. Il professore, il giovane poeta, l’ipnologo non sono costruiti secondo i canoni del romanzo psicologico ottocentesco: non hanno una biografia definita, un carattere che si sviluppa per contrasto o attrito con gli altri. Sono, piuttosto, funzioni della voce narrante, incarnazioni di un pensiero che li precede. Questa scelta, dichiaratamente antinaturalistica, allontana L’ombra gemella dal thriller di genere e lo avvicina a una parabola sul doppio che dialoga apertamente con Poe, Dostoevskij e Stevenson. Il rischio, evidente, è che i personaggi restino ombre di se stessi, coerentemente col titolo. All’autore, si sa, la realtà non interessa, la letteratura per lui è chiamata a creare mondi paralleli, incentrati sul mistero e su personaggi indimenticabili.
La musica della prosa
Ma probabilmente il vero protagonista del libro è lo stile. La prosa di Raffo rifiuta ogni sciatteria contemporanea: periodare ampio, lessico sorvegliato, un uso della ripetizione che funziona come cellula musicale, i temi, a solitudine, l’attrazione, il destino, l’ombra, ritornano come motivi ossessivi, ispessendosi a ogni ripresa invece di esaurirsi. È una lingua che non teme l’altezza retorica né la complessità sintattica, memore evidentemente della lunga frequentazione con la poesia. Il pericolo di un simile registro è l’autocompiacimento manieristico, ma l’autore non vi cade mai: la densità lessicale per lui è una scelta consapevole, quasi programmatica. Raffo non scrive per l’intrattenimento immediato, scrive per un lettore disposto ad abbandonarsi al ritmo della frase più che alla progressione della trama.
L’ombra gemella è un romanzo che divide, e credo lo faccia deliberatamente. Chi cerca un thriller in senso stretto — suspense, colpi di scena, personaggi a tutto tondo — resterà insoddisfatto. Chi invece accetta il patto che Raffo propone, quello di un romanzo-esperienza più che di un romanzo-racconto, troverà un testo denso, colto, capace di far vibrare l’archetipo del doppio con un’eco autenticamente mitica. Non è un libro per tutti, ma è un libro onesto nella sua ambizione: rifiuta la scorciatoia della leggibilità a favore di una letteratura che chiede tempo, silenzio, rilettura.
