La storia recente della narrativa italiana è segnata da un momento in cui la questione della doppia appartenenza smette di essere tema di nicchia e diventa lente attraverso cui rileggere l’intero impianto della famiglia, della classe, della memoria. Acqua sporca, romanzo d’esordio di Nadeesha Uyangoda, Einaudi, si colloca esattamente in questo punto di svolta, non perché racconti una novità tematica – la letteratura della migrazione ha ormai una sua tradizione consolidata anche in Italia, da Pap Khouma a Igiaba Scego – ma perché, sin dal titolo, rifiuta la scorciatoia più comoda di questo filone: la riconciliazione.
Dal saggio al romanzo
Uyangoda arriva al romanzo dopo un percorso già solido nella saggistica: L’unica persona nera nella stanza e Corpi che contano l’avevano imposta come una delle voci più lucide sul tema del razzismo in Italia, con una scrittura più vicina all’inchiesta e all’autoanalisi che alla narrazione pura. Nata in Sri Lanka e trasferitasi in Italia da bambina, l’autrice porta nel romanzo un’esperienza biografica che si guarda bene dal trasformare in autofiction dichiarata: la trasposizione narrativa le permette di moltiplicare i punti di vista e di sottrarsi alla tentazione della testimonianza a tesi. Il passaggio dal saggio al romanzo non è un semplice cambio di genere, ma una scelta di metodo: dove il saggio argomenta, il romanzo mette in scena la contraddizione senza risolverla. Acqua sporca, come quella nei secchi di chi per vivere pulisce i pavimenti altrui, o come il sangue ormai «contaminato» a seguito dello sradicamento.
Il ritorno impossibile
L’ossatura narrativa è, in apparenza, lineare: Neela lascia lo Sri Lanka dopo che la sua famiglia, i Balasinghe, ha dilapidato un patrimonio costruito dal nonno paterno, e arriva in Italia dove lavora per trent’anni come badante e domestica in una famiglia della borghesia brianzola, prima di riuscire a mettere in piedi un piccolo salone di bellezza tutto suo. Dopo tre decenni decide di tornare a casa. Ma è proprio qui che il romanzo rifiuta la struttura del cerchio che si chiude: il ritorno di Neela non ricompone nulla, perché la casa a cui torna non esiste più nella forma in cui l’aveva lasciata, e lei stessa non è più la persona che era partita. Ci ricorda in questo il dramma di Anguilla nel capolavoro di Cesare Pavese, La luna e i falò. Attorno a questo asse si dispongono le altre tre voci femminili: Himali, la sorella rimasta sull’isola, che ha cresciuto da sola una figlia adottiva dopo che il marito è emigrato in Europa senza fare ritorno; Pavitra, la sorella minore, alle prese con una disabilità e con ristrettezze economiche che il romanzo non addolcisce mai in chiave consolatoria. E poi c’è Ayesha, la figlia di Neela, cresciuta a Milano, che vive la condizione, non meno lacerante, della seconda generazione, sospesa tra due mondi e nessuno di essi la reclama fino in fondo; alla madre pare sempre «altrove anche quando l’aveva al proprio fianco».
La costruzione dei personaggi è il punto di forza più originale del libro. Uyangoda evita con cura il rischio, frequente in questo tipo di saga familiare, di trasformare le figure femminili in portavoce tematiche: Neela non è la vittima esemplare della migrazione, ma una donna la cui sottomissione apparente convive con una determinazione feroce, pure verso il diabete di cui è affetta: «È proprio vero che ci si abitua a tutto, anche alla medicina, quando da cura diventava profitto»; Ayesha, dal canto suo, non incarna semplicemente il disagio delle seconde generazioni, ma attraversa percorsi di autodistruzione, desiderio di validazione e rifiuto del proprio corpo che il romanzo tratta con una franchezza rara, senza scivolare né nel giudizio né nella spettacolarizzazione del dolore. Significative, in questo senso, sono anche le assenze: gli uomini del romanzo sono figure marginali, spesso incapaci di occupare il ruolo di padri o compagni, segnati da violenza o dipendenza, una scelta che non ci pare vittimismo di genere quanto piuttosto un modo per lasciare che siano soltanto le donne a sostenere il peso narrativo ed etico della storia.
Una lingua plurale
Sul piano del punto di vista, Uyangoda opera una scelta rischiosa, ma che riteniamo riuscita: alterna una voce narrante in terza persona, che segue le vicende delle sorelle rimaste o partite, a una prima persona riservata ai capitoli di Ayesha, uno scarto che non è mero espediente tecnico, ma traduce sul piano formale la differenza di distanza emotiva e generazionale tra le protagoniste. Nei dialoghi e nei pensieri di Neela affiora inoltre un lessico ibrido, in cui l’italiano mai completamente posseduto convive con l’inglese ereditato dal colonialismo britannico e con il singalese della lingua madre: una polifonia linguistica che rende sulla pagina, meglio di qualunque dichiarazione esplicita, la condizione di chi vive sempre in translation.
Acqua sporca è un esordio che ha il merito raro di non offrire consolazione: lascia sospesa, fino all’ultima pagina, la domanda sul riscatto sociale e sull’appartenenza, e lo fa con una consapevolezza dei propri mezzi che giustifica pienamente i riconoscimenti ricevuti, dal Premio Campiello Opera Prima alla dozzina del Premio Strega.
