Home » Libri » Gabriella Genisi lascia Lolita Lobosco e cerca la verità sepolta dietro un femminicidio irrisolto

Gabriella Genisi lascia Lolita Lobosco e cerca la verità sepolta dietro un femminicidio irrisolto

Nel nuovo romanzo edito da Rizzoli, “Come la rosa. Non dire falsa testimonianza”, l’autrice costruisce una storia ispirata ad un delitto del 1986

Gabriella Genisi lascia Lolita Lobosco e cerca la verità sepolta dietro un femminicidio irrisolto

Gabriella Genisi è conosciuta al pubblico di lettori come autrice della riuscitissima serie della commissaria Lolita Lobosco, da cui è stata tratta l’altrettanto fortunata fiction televisiva Le indagini di Lolita Lobosco. Nel suo percorso letterario, che ho avuto il piacere di seguire sin dagli inizi, ha saputo fare del genere poliziesco uno strumento di indagine sul territorio, sulla cultura e sui conflitti sociali del Sud Italia, declinando la tradizione del crime all’italiana con una voce fortemente caratterizzata e radicata in una geografia precisa. Della serie ha scritto numerosi capitoli, inventando il personaggio della prima commissaria, femminile e infallibile, osteggiata ma tenacissima sui tacchi delle sue Louboutin, e nel 2024 è uscito anche Giochi di ruolo, spin-off della saga.

Una svolta morale

Ma con l’ultimo lavoro, Come la rosa. Non dire falsa testimonianza (Rizzoli), l’autrice compie una mossa narrativa coraggiosa: abbandona, o mette in pausa, la sua creatura più celebre, per immergersi in una storia più cupa, che porta con sé i segni di un’urgenza morale profonda. Il romanzo è uscito nella collana «Dieci Comandamenti», ed è dedicato a raccontare l’ottavo precetto delle Tavole della Legge. Una cornice etica che non è ornamento esteriore ma la chiave interpretativa dell’intera costruzione narrativa: la menzogna, il silenzio complice, la verità sepolta sono le vere forze motrici di questa storia, e il comandamento biblico acquista nel romanzo una risonanza morale e concreta insieme, quasi giudiziaria. «Come la rosa, anche una donna può resistere alle spine ma deve essere protetta dai morsi dell’ipocrisia»: il titolo riprende in modo molto significativo le prime parole di questo celebre verso di Alda Merini.

Genisi ha raccontato di essere incappata nella vicenda quasi per caso: cercando il proprio nome su Google, si è imbattuta in un articolo sull’omicidio irrisolto di Graziella Franchini, una cantante nota negli anni Settanta proprio come Lolita, uccisa a trentasei anni nel 1986, nella sua casa di Lamezia Terme, in Calabria. Quella coincidenza onomastica, una donna destinata a scomparire come tante ai nostri giorni, ha aperto una crepa nella sua immaginazione, da cui è scaturito il romanzo. L’autrice ha confessato di aver tenuto la storia in un cassetto pensando di farne un’indagine per Lolita Lobosco, salvo poi lasciarla sedimentare fino a trovare la sua forma autonoma.

Due tempi

La struttura narrativa di Come la rosa è costruita su una doppia linea temporale che scorre in parallelo fino a intrecciarsi in modo imprevedibile e necessario. La Franchini viene trovata assassinata nella sua villetta sul mare. Un delitto atroce: la scena del crimine racconta di un’efferatezza spietata, quasi rituale. Le indagini si perdono in una vortice di sospetti, menzogne e ritrattazioni. Nessun colpevole. Soltanto tanto silenzio.

Quarant’anni dopo, nel presente, si apre la seconda storia. Dal Sud l’azione si sposta nel Nord della penisola: a Badia Polesine, Isabella Manfredi cerca di sopravvivere a una vita fatta di terrore con un compagno violento che pure lei ama. Quando, svuotando la casa dei nonni, si trova per le mani un vecchio disco di Lolita, scopre che il destino della cantante si intreccia in modo sinistro con la sua storia familiare. Spinta da un bisogno che va oltre la paura, Isabella fugge verso quella Lamezia Terme dove tutto è cominciato, convinta di poter riscrivere il proprio presente.

L’impianto narrativo doppio, speculare, è uno dei punti di forza strutturali del romanzo. I due piani temporali non si limitano a dialogare: si rivelano specchi l’uno dell’altro, attraversati dalla stessa violenza maschile, dallo stesso silenzio che protegge i colpevoli e abbandona le vittime, dalla stessa complicità collettiva che trasforma un criminale in una persona da compatire. Il delitto irrisolto del 1986 e la relazione tossica del presente dialogano, riflettendosi l’uno nell’altro: la vittima di ieri e la sopravvissuta di oggi sono tenute insieme da un filo di sangue familiare e da quell’ottavo comandamento sistematicamente infranto, da testimoni reticenti, da familiari compiacenti, da un intero sistema sociale che preferisce non vedere.

Voci sommerse

Isabella Manfredi è una donna intelligente, intrappolata in una relazione violenta, incapace di uscirne non per debolezza ma per quella specifica forma di attaccamento traumatico che la cronaca quotidiana ci riconsegna continuamente e che la letteratura fatica spesso a restituire senza scivolare nella didascalia. Graziella-Lolita, invece, è una figura tratteggiata per assenza, per frammenti: il vecchio disco, le fotografie, i ricordi di chi l’ha conosciuta. Genisi la ricompone pazientemente come un’archeologia, e in questa lentezza della ricostruzione sta forse la scelta stilistica più matura del romanzo. Lolita non diventa mai un personaggio a tutto tondo, ma è presenza, e insieme peso, una domanda senza risposta che grava su tutto il racconto.

La prosa è diretta, come sempre nelle pagine dell’autrice, tuttavia, si fa più sofferta e oscura rispetto al paradigma della serie di Lolita, lieve per scelta. La violenza di genere, infatti, non viene mai disinnescata, ma proposta come realtà di fatto, e ricostruita nei suoi meccanismi psicologici più che nelle sue manifestazioni fisiche. In una lettura profonda e originale dell’ottavo comandamento, l’opera intreccia memoria e destino attraverso le generazioni, senza mai perdere il ritmo della narrazione. Fino al momento in cui passato e presente s’incontrano e si uniscono in un’unica voce dolorosa: quella voce reclama giustizia e la Genisi ci chiama ad ascoltarla.