Adam ha otto anni e vive in un mondo che sta finendo. Non lo sa. Per lui il problema più urgente è un cane che si chiama Scheggia e il vento che gli riempie gli occhi di sabbia. Poi un drone cade dal cielo. Succede senza musica né effetti speciali. Dentro uno dei pacchi sparsi sulla strada c’è un casco per la realtà virtuale. Adam lo indossa. Davanti a lui compare una maestra. La prima lezione riguarda l’alfabeto.
“Cronache della Grande Nazione” (Robin Edizioni), di Domenico Capotorto, racconta una società del futuro consumata dalle guerre per le risorse, dal degrado ambientale e da una politica che ha trasformato il pianeta in grandi blocchi contrapposti. Sullo sfondo si muovono la Grande Nazione americana, la Panasia, il Regno Arabo, nuove egemonie e vecchi conflitti. Al centro, però, c’è un bambino solo.
Adam vive con un padre agricoltore che passa le serate davanti alla televisione e cresce in un isolamento quasi assoluto. Attraverso il casco scopre una scuola virtuale. Impara a leggere, a scrivere, a contare. Poi la geografia, la storia, la biologia, l’economia. Il sapere diventa la sua vera patria.
Capotorto, musicista e compositore prima ancora che narratore, possiede una qualità sempre più rara: l’ambizione. Non costruisce una semplice distopia, ma un romanzo che tenta di interrogare il rapporto tra conoscenza e potere, tra progresso e autodistruzione, tra educazione e libertà.
Nostalgia della conoscenza
Le pagine più convincenti sono quelle dedicate alla scoperta. Capotorto riesce a restituire l’emozione elementare dell’apprendimento: una lettera dell’alfabeto, una mappa geografica, una lezione di storia diventano eventi narrativi.
Dietro l’utopia educativa emerge anche una ferita privata. La maestra virtuale finisce per sovrapporsi alla figura della madre scomparsa, trasformando l’istruzione in una forma di consolazione affettiva. Quando il romanzo si avvicina alla riflessione politica e filosofica tende invece a rallentare.
Le idee sono numerose e spesso interessanti, ma talvolta prendono il sopravvento sui personaggi. Resta però intatta la forza della sua intuizione centrale. Alla fine rimangono impressi meno le alleanze geopolitiche che quel bambino davanti a una lavagna virtuale. Nell’epoca che non crede nella cultura, Capotorto sceglie di raccontare la nascita di una mente.
