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“Brillare”, storie di vite rimaste indietro nel borgo immaginario di Silvia Dai Prà

Nel nuovo romanzo, l’autrice racconta il ritorno di Bianca a Greto dopo la morte della madre e il confronto con la sorella Viola

“Brillare”, storie di vite rimaste indietro nel borgo immaginario di Silvia Dai Prà

L’ultimo romanzo di Silvia Dai Pra’ s’intitola Brillare. Il verbo ci fa pensare subito al sole, ai diamanti, a una personalità o a un talento che si stagliano al di sopra di tutti gli altri: nelle sue pagine, invece, a brillare candide sono le Alpi Apuane. Lì è incastonato Greto, il paese in cui è ambientata l’opera. Case abbandonate, negozi che chiudono, un solo bar frequentato da pensionati, ex cavatori, ex operai, che giocano a carte, bevono e si lamentano del presente infame. Greto non esiste, è un luogo immaginario ma geograficamente preciso nella sua verosimiglianza: uno di quei borghi dell’Appennino toscano che la storia ha prima plasmato con la guerra, la Resistenza, la civiltà del marmo e del lavoro operaio e poi lentamente abbandonato a se stesso, lasciando intatta solo la bellezza minerale del paesaggio. Dai Prà conosce quella terra, ci è cresciuta, perché è nata a Pontremoli ma ha vissuto a Massa, e la sua descrizione non è mai pittoresca né nostalgica: è intrisa di quella consapevolezza malinconica che appartiene a chi sa vedere, nelle macerie del presente, i segni di un passato che non si è saputo custodire. Il bianco abbagliante del marmo apuano, che dà al romanzo il suo titolo programmatico, è insieme promessa e illusione: brillare è ciò che si può e non si riesce a fare, la luce che la storia ha oscurato, la vita piena che i personaggi inseguono tra i residui di una comunità che si consuma.

Il ritorno a Greto

Il romanzo recupera una storia partigiana che vede il padre della protagonista prima eroe e poi scomparso nel nulla, così come sembrerebbe aver fatto la coscienza civile di un’intera nazione. La protagonista si chiama Bianca, e il suo nome non è casuale: bianca proprio come il marmo, come la pagina di una storia da riscrivere, come la carne viva di un dolore non medicato. Bianca torna dopo la morte della madre a Greto, torna per vedere sua sorella divenuta un «fantasma» che da casa non vuole più uscire. Il meccanismo narrativo del ritorno, antico e sempre fecondo, è qui declinato in chiave doppia: ritorno al luogo d’origine e ritorno alla figura della sorella, entrambi carichi di colpa, affetto irrisolto, senso di incompiutezza. Viola è quella rimasta, è il rovescio speculare di Bianca: se Bianca ha scelto la fuga, il distacco, la costruzione di una vita altrove, la sorella è rimasta imprigionata nel borgo, nella casa, nel silenzio. Il confronto tra i due destini femminili non è mai netto: a Dai Prà non interessa condannare né assolvere, ma osservare e ritrarre, con una sobrietà analitica che è la cifra più riconoscibile della sua narrativa.

Le ferite della Storia

Brillare offre uno spaccato importante della storia italiana insieme a una narrazione efficace e coinvolgente: la storia di una generazione mancata, quella della guerra subita e della resistenza agita, e poi della generazione dei nostri anni, complicatissimi e precari, fragili e a rischio di povertà. La vicenda del padre partigiano, eroe della Resistenza poi dissolto nel nulla, è la ferita originaria attorno a cui si organizza l’intera architettura emotiva del romanzo. La sua scomparsa non è solo un lutto privato: è la metafora di un abbandono collettivo, di un tradimento dei valori fondativi della Repubblica democratica, di quella coscienza civile che si è frantumata nell’individualismo del presente. Bianca è una protagonista moderna e sfaccettata: porta in sé la contraddizione di chi è fuggito per salvarsi e vive con il senso di colpa di chi ha lasciato indietro qualcuno. Il suo ritorno a Greto non è un viaggio sentimentale, ma un regolamento di conti con la sorella, con la figura assente del padre, con la versione di sé che avrebbe potuto essere se fosse rimasta. Viola, reclusa volontaria, anche lei non è personaggio facile, richiama in maniera inquietante la scelta di molti giovani d’oggi: la sua incapacità di uscire non è solo patologia individuale ma risposta logica, quasi razionale, a un mondo che non offre ragioni sufficienti per abitarlo. Dai Prà non la tratta come caso clinico ma come figura di resistenza paradossale: restare è, in qualche modo, un atto di verità in un mondo di fughe.

Un romanzo civile

E poi c’è Greto, luogo immaginario eppure realissimo, con i suoi abitanti, pochi ma molto ben definiti nei gesti e nelle abitudini: i vecchi del bar, gli ex operai delle cave, i pensionati che presidiano un’Italia che non esiste più. La raffigurazione non scade mai nel folkloristico. Ogni personaggio secondario porta con sé una storia che illumina un angolo del paesaggio sociale, contribuendo a quello che è un romanzo corale che parla di famiglia, provincia, aspettative e libertà personale, riflettendo su un tema sempre più discusso, quello del rapporto con il luogo d’origine e con i modelli familiari che influenzano le scelte di vita anche in età adulta. Lo stile di Dai Prà evita accuratamente il sentimentalismo, l’autoindulgenza, l’effetto facile. Pratica invece una precisione lessicale che non diventa mai freddezza, una sintassi che sa essere spezzata quando l’emozione la incrina, una capacità di restituire il paesaggio fisico in stretta simbiosi con quello interiore. Dopo le altre prove convincenti, fra cui ricordiamo «I giudizi sospesi», Mondadori 2022, finalista al Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante e proposto al Premio Strega 2023, questo romanzo conferma la voce di Silvia Dai Pra’ come una delle più pregevoli e impegnate della narrativa italiana contemporanea. La sua scrittura, radicata nella migliore tradizione del romanzo civile, nutrita dalla lezione morantiana, attenta alla storia collettiva come specchio del destino individuale.