Stasera, alle 19, alle Officine Cantelmo di Lecce, Omar Di Monopoli presenta “Il santo degli assetati” (NNE) per «Nel Frattempo – Conversazioni sul futuro», in collaborazione con Libreria Palmieri e Coolclub.
In dialogo con Dario Goffredo, lo scrittore pugliese torna a raccontare un Sud arido, feroce e visionario, sospeso tra noir, western mediterraneo e commedia sociale.
Al centro del romanzo c’è l’acqua: risorsa contesa, promessa di salvezza, simbolo di desiderio, mancanza, potere e redenzione. Nel libro, ambientato nel Salento degli anni Novanta, Alberto, funzionario pubblico, attraversa le campagne con il figlio Nicola per convincere gli abitanti a cedere i terreni necessari alla costruzione di un dissalatore. A Torre Languorina, però, l’arrivo dello Stato incontra la diffidenza di una comunità dominata da clan, rivalità, omertà e superstizioni. Da qui prende forma una storia di violenza e tenerezza, faide e leggende, in cui la sete diventa una condizione materiale e morale.
Nei suoi romanzi la Puglia, più che fare da sfondo, sembra un destino, una forza che plasma i personaggi e spesso li condanna. Da «Uomini e cani» fino a «Il santo degli assetati», che cosa è cambiato nel suo modo di guardare questa terra e che cosa, invece, resta irriducibile?
«La verità è che ogni scrittore parla di quello che Faulkner definiva “il proprio fazzoletto di terra”, anche quando in realtà sta guardando al mondo. Ogni mia pagina è intrisa di Puglia, ma considero questa terra come una sorta di corpo umano, o di mente umana, dentro cui c’è ancora tanto di irrisolto che deve venire a galla. L’arte, da sempre, contribuisce a individuare il rimosso. A tratti mi sembra che la mia opera, insieme a quella di tanti colleghi, stia aiutando questo bolo mostruoso e irrisolto a rendersi manifesto. All’inizio della mia carriera venivo spesso accusato di “leso Mezzogiorno”, perché sembrava che mi ostinassi a individuare il male solo a queste latitudini. In realtà con i miei romanzi intendo gridare proprio quanto esso dilaghi ovunque, non solo quaggiù, ovunque il sistema valoriale impedisca alle autorità, anche morali, di far sentire la propria voce. La realtà è complessa e l’attuale società mediatica vellica di continuo la pancia delle persone, molto più di rado la loro mente. Il fatto che questi scritti, sin dal principio, abbiano fatto storcere il naso mi convince che una visione non abbellita delle cose fosse opportuna. Quando le cose dette fanno male, o suscitano reazioni anche violente, significa che è stato toccato un nervo scoperto, e che l’artista sta facendo il proprio lavoro. Mi pare già abbastanza.».
Nei suoi libri la violenza è un codice sociale, un modo di regolare i rapporti e decidere chi può restare e chi deve sparire. Anche ne «Il santo degli assetati» emerge il rapporto tra violenza, acqua, espropri, opera pubblica, con l’irruzione di una figura religiosa e popolare come San Nepomuceno. Che nesso c’è, nella sua narrativa, tra violenza e sacro?
«L’idea di un coperchio sacrale fornito dalla religione alle nequizie degli uomini è da sempre molto presente nella mia produzione. Con gli anni è diventata una parte sempre più caratterizzante della mia prospettiva, che faccio risalire, almeno sul piano dell’ispirazione, a figure letterarie seminali come Flannery O’Connor. Proprio nella dicotomia tra bene e male, O’Connor faceva irrompere la grazia divina e individuava nella violenza il modo degli uomini di comprendersi, condannando però sé stessi. In questo romanzo il sacro popolare, la leggenda, la superstizione e la brutalità non sono elementi separati: convivono dentro la stessa fame di senso, dentro la stessa incapacità degli uomini di dare un nome alla propria sete».
Uno degli elementi più riconoscibili della sua scrittura è la lingua impastata di dialetto, invenzioni, registri alti e bassi, spesso definita “barocca”. Come lavora su questa materia verbale? E quanto la lingua serve non solo a raccontare il Sud, ma anche a deformarlo?
«Uno scrittore fatica anni a trovare la propria voce e quando, ormai più di vent’anni fa, ho messo a punto la mia, l’ho sentita vera perché mi apparteneva nel profondo. È un lavoro che comprende una giustapposizione di livelli, capace di operare sul vernacolo, sulla commistione dei registri, sull’alto e sul basso. C’è il tentativo di dare anche un afflato epico alla narrazione, e questo implica un certo costrutto stilistico. Poi vado in giro con il taccuino mentale sempre aperto. Trattando di ultimi, quindi spesso di persone con una cultura terra terra, non posso farle parlare in chiave aulica. Però il narratore onnisciente ha spesso una voce quasi biblica. Questa commistione ha finito per diventare la caratteristica che meglio mi contraddistingue. Sia chiaro: niente di originale, perché tutti gli scrittori a cui faccio riferimento, sia oltreoceano sia in Italia, hanno già sperimentato a lungo in questo senso. Però è mio. Ed è uno sguardo non deforme, assolutamente. Il grande paradosso del genere, noir, western o gotico che sia, è che grazie all’iperbole restituisce verità».
La sua narrativa ha costruito negli anni un Sud lontanissimo dalla cartolina turistica: cave, campagne arse, masserie abbandonate, clan, miseria, superstizione, rovine. È una scelta estetica, politica o morale? Quanto pesa, nella sua scrittura, il bisogno di contrastare l’immagine addomesticata, turistica e vendibile del Mezzogiorno?
«Quando racconto questa Puglia estrema, grottesca, a tratti cruenta, racconto la mia complicata regione e questo mi rende fiero. Non è sempre facile, perché parlare della propria terra dall’ottica che ho scelto implica meritarsi una certa dose di strali. La bella, incantevole Puglia passa infatti per essere una regione bonificata dai problemi rispetto al resto del Mezzogiorno. Opere come le mie, insieme a quelle di artisti, registi e musicisti che stanno portando avanti istanze simili, dimostrano invece che non è tutto così limpido e scorrevole, così chiaro e risolto. La brochure piena di tramonti mozzafiato e panorami da film ha una sua legittimità, così come è legittimo il flusso turistico che ha investito territori meravigliosi. Però non dobbiamo dimenticare che si tratta sempre di Sud, di un ricettacolo di ambizioni e frustrazioni umane, attraversato da contraddizioni orribili e meravigliose. Io le tiro fuori attraverso storie di piccoli criminali e bifolchi impenitenti, storie malesce e non sempre edificanti. Ci sono altri modi per raccontare un Sud vivo, pulsante e quindi anche lercio e traditore. Come lo sono, sempre, gli uomini. A prescindere dalla geografia».
