Che il rapporto fosse ormai incrinato, per non dire spezzato, ormai lo si era ben capito: ora il presidente ucraino Zelensky sferra la mossa decisiva di allontanamento e sceglie di tornare a colpire le raffinerie russe, tanto protette e raccomandate ora da Washington. Vienne infranta così la tregua energetica promossa dal presidente statunitense Donald Trump. La frattura diplomatica ora sembra insanabile: Trump ha criticato le azioni ucraine attribuendo loro il rincaro del diesel negli Usa e mettendo in discussione le possibilità elettorali dei repubblicani alle Midterm, mentre Elon Musk è arrivato a sollecitare apertamente le dimissioni del leader di Kiev. Tuttavia, se l’ex comico ucraino ha intrapreso con fermezza questa strada, non è per caso o scelleratezza: sa di avere ben saldi al proprio fianco praticamente tutti i Paesi europei, sempre pronti a “coccolarlo” finanziandone le difese in armi, ma purtroppo incapaci nelle mediazioni sul piano della diplomazia, unico vero metodo per allentare il conflitto verso la sua cessazione. Il presidente russo Putin nel frattempo gongola, conscio di avere un grande nemico in meno e qualche miliardo in più.
Le tensioni si inseriscono poi in un quadro di grave difficoltà per l’Ucraina, segnato dall’esaurimento delle scorte dei sistemi di difesa Patriot, dal blocco delle informazioni di intelligence sui lanci di missili russi e dalle restrizioni applicate alla rete satellitare Starshield. Sebbene la connettività di Starlink sia stata ripristinata, il suo utilizzo resta limitato a velocità fino a 160 chilometri orari, penalizzando le missioni dei droni di intercettazione. Sul campo, le forze di Kiev hanno rivendicato il colpi sulla raffineria Rosneft nella regione di Rjazan e l’abbattimento di sei caccia Su-34M a Borisoglebsk, mentre Mosca intensifica i raid sui centri urbani e accelera la costruzione di una nuova base per velivoli senza pilota nella regione di Rostov.
