Il Mezzogiorno non è un’area geografica omogenea, ma presenta diverse anime e necessità di «differenziazione» degli interventi per sostenere sviluppo e occupazione. Perché, come certifica l’ultimo rapporto Svimez, esiste una forte discontinuità territoriale, nonostante la performance de dei numeri: tra il 2021 e il 2024 gli occupati al Sud sono cresciuti dell’8%, 2,6 punti in più rispetto al Centro-Nord, mentre il valore aggiunto industriale è salito del 5,7% contro una flessione settentrionale del 2,8 per cento. Tuttavia, nello stesso periodo, 175mila giovani qualificati hanno lasciato le regioni meridionali, generando una dispersione di investimenti formativi stimata in 6,7 miliardi di euro all’anno.
L’analisi
«Questo è il paradosso di un territorio che aumenta la produzione industriale ma continua a perdere i propri talenti», sottolinea ad Adnkronos/Labitalia, l’economista napoletano Ivo Allegro, esperto in processi di sviluppo per enti pubblici e privati. Il docente universitario partenope evidenzia proprio la necessità di tenere conto della diversità produttiva del Mezzogiorno: «Non esiste un solo Mezzogiorno, ma esistono molti Mezzogiorni con tassi di attrattività eterogenei e spesso divergenti».
Serve per Allegro promuovere una nuova visione legata proprio alla Zes che deve favorire un più stretto partenariato tra pubblico e privato.
La prospettiva
Secondo l’economista, l’emigrazione intellettuale non si combatte con i differenziali retributivi: le maggiori retribuzioni del Nord vengono erose dal costo della vita, ma serve una diversa politica sui territori. «Ai giovani non servono opere monumentali o stazioni manifesto, ma trasporti puntuali ogni cinque minuti, connessioni digitali veloci, asili nido, una vita culturale vivace e alloggi accessibili. Le città del Sud devono trasformare il proprio potenziale in capacità effettiva di erogare servizi quotidiani di standard europeo, questa è la vera sfida per i prossimi anni», sottolinea ancora Allegro, citando i casi di Napoli e Bari, città «che stanno avendo tassi di crescita significativi anche per il positivo rapporto sinergico tra Università e Imprese ma anche per la spinta del Pnrr».
