In vista del prossimo Consiglio europeo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha reso le proprie comunicazioni al Senato nel corso di un intervento di circa 45 minuti, contrassegnato dagli applausi della maggioranza sui temi di politica estera e difesa. Sul banco delle risposte dell’Unione europea di fronte ai costi energetici e alla competitività aziendale, la premier ha sottolineato la necessità di un’azione comune: «La questione che oggi pesa più di tutto sulla nostra economia e sulla competitività delle imprese è il costo dell’energia, e nessuno può rispondere efficacemente da solo: serve una risposta coordinata e rapida. Accanto alla risposta internazionale serve anche il coraggio di guardare a ciò che possiamo fare noi, in Europa, a partire dalla cosa più scontata: evitare che regole pensate in un contesto completamente diverso da quello che viviamo finiscano oggi per aggravare gli effetti delle crisi che stiamo attraversando. Perché le nostre imprese affrontano oggi una concorrenza globale sempre più aggressiva, e ogni costo in più che l’Europa impone a sé stessa è un vantaggio che regala ai suoi concorrenti: e il tempo per correggere la rotta non è infinito».
Sul versante del conflitto ucraino e delle relazioni con gli alleati occidentali, la presidente del Consiglio ha ribadito la fermezza della linea italiana, esprimendo tuttavia forti perplessità sulle recenti mosse di Washington: «Nessuno mi convincerà che la resa di chi difende la propria libertà possa definirsi pace: solo una pace giusta può durare e mette al sicuro l’Europa e i nostri interessi, dunque la posizione del governo non cambia. L’intesa sul gasolio russo annunciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump è una scelta che considero molto rischiosa: l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina. Il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari: una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraine, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria sono elementi che non possiamo ignorare, e che contraddicono quanto fin ora fatto dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative».
Relativamente alla governance e alle iniziative dei singoli Paesi europei, Meloni ha sollecitato un mandato unitario per i negoziati di pace: «Se Francia, Germania e Gran Bretagna, nel famoso formato E3, ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti. Bisogna fare in modo che l’Europa non resti a guardare, e chiediamo che i Ventisette individuino una figura autorevole, con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa: e se su un nome non si trova convergenza, siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse».
La premier è poi intervenuta sul tema della spesa militare e della finanza pubblica, respingendo le accuse sui tagli ai servizi sociali: «Abbiamo scelto di non usare tutto il margine di risorse aggiuntive per le spese per la difesa, ma non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola: se non li spendessimo per la difesa non potremmo spenderli in altro. La Presidenza irlandese e le istituzioni europee hanno indicato l’obiettivo di arrivare a un accordo entro la fine dell’anno: noi non siamo contrari per principio, ma non firmeremo un accordo non vantaggioso per rispettare una data, noi firmeremo un accordo solo quando sarà giusto per l’Italia. In maniera molto chiara, l’Italia non accetterà un bilancio che ridimensioni la Politica agricola comune, la Pesca e la Coesione, componente essenziale dell’autonomia strategica europea. Sulle nuove risorse proprie proposte dalla Commissione europea abbiamo diverse riserve, ma siamo disposti a lavorare con un criterio chiaro: alleggerire per quanto possibile il peso sui bilanci nazionali, senza nuove tasse. Riteniamo che si possa e si debba ragionare anche su un rimborso più graduale del debito del Next Generation EU, perché i rimborsi non comprimano le altre politiche Ue proprio quando serve investire di più: e in generale credo che per le priorità strategiche nessuno strumento vada escluso a priori».
