La Camera ha approvato in via definitiva la riforma della legge elettorale, ribattezzata Stabilicum, con 227 voti favorevoli e 164 contrari. La maggioranza ha tenuto al voto segreto, la vera incognita della giornata, e ha salutato il risultato con un lungo applauso. Sui banchi delle opposizioni sono comparsi i cartelli: «Legge truffa», «No all’imbroglio», «Con Meloni – sanità + armi».
Si chiude così, dopo sei mesi di scontro, il percorso di una riforma voluta dalla premier Giorgia Meloni. Il testo ha compiuto il terzo passaggio parlamentare: a luglio la Camera aveva bocciato l’emendamento che introduceva le preferenze, poi inserite dal Senato insieme ai capilista bloccati, con un innalzamento delle firme richieste ai partiti non presenti in Parlamento per presentarsi alle elezioni. Il ritorno a Montecitorio è stato blindato dalla fiducia posta dal governo, l’ultima ieri, mentre le opposizioni chiedevano il voto manuale con le palline per sottrarre i deputati di maggioranza al controllo dei colleghi e Meloni si diceva «tranquilla».
Il sistema è proporzionale con premio di maggioranza che scatta se una coalizione supera il 42%, indicazione del candidato premier prima del voto, un capolista bloccato per collegio e sei candidati tra cui l’elettore può esprimere fino a tre preferenze. Per i capilista non è prevista alcuna alternanza di genere.
Meloni: «Rispondiamo con i fatti, siamo uniti, compatti e determinati»
«E a chi sperava di vedere il centrodestra diviso, oggi rispondiamo con i fatti: siamo uniti, compatti e determinati a portare avanti gli impegni presi con i cittadini. Avanti così», ha scritto sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo l’approvazione definitiva da parte della Camera della riforma della legge elettorale.
«Con l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale, quando gli italiani torneranno a votare potranno scegliere tutto: il partito, la coalizione, il programma, il candidato premier e – di nuovo – il proprio parlamentare. Il centrodestra reintroduce il voto di preferenza, che mancava da oltre trent’anni, restituendo ai cittadini il potere di scegliere direttamente chi li rappresenta», ha proseguito Meloni. «Governi stabili e maggiore partecipazione significano più continuità, più responsabilità e più capacità di dare risposte concrete agli italiani».
L’attacco delle opposizioni: regole cambiate a pochi mesi dal voto
Il fronte più duro è quello guidato da Elly Schlein, che ha letto la riforma come un atto di paura. «Posso capire l’imbarazzo, oggi vi fanno votare la norma che avete affossato alla Camera», ha detto la segretaria del Pd, ricordando che a luglio la maggioranza aveva respinto le preferenze e che oggi le accetta per il timore del giudizio degli elettori e sotto il ricatto del voto anticipato. Poi l’affondo: «Meloni a pochi mesi dal voto cambia le regole del gioco e lo fa a colpi di fiducia». Alla premier, che aveva definito la legge elettorale una questione «squisitamente parlamentare», ha chiesto: «Dove ha lasciato la coerenza?». E ancora: «Avete paura di perdere, la novità siamo noi, un’area progressista unita e competitiva». Schlein ha definito la legge «sbagliata e anticostituzionale», ma ha assicurato: «Noi saremo in grado di vincere con qualunque legge elettorale». Sul piano politico ha contrapposto la priorità data alla legge elettorale alle urgenze del Paese, dagli sfollati dei Campi Flegrei agli agricoltori che bloccano le strade in Calabria, fino ai costi dell’energia e dei carburanti: «Mettete testa fuori da questi palazzi». Nel clima di sospetto sul controllo dei voti segreti nella maggioranza, ha citato i «cinque colonnelli in ultima fila per controllare».
Sul tema delle preferenze si è concentrato Giuseppe Conte, leader del M5s: «Sono preferenze fasulle, non prendiamo in giro gli italiani». Secondo il suo calcolo, oltre l’80% del prossimo Parlamento sarà deciso dalle segreterie dei partiti. Il capitolo più duro riguarda la parità di genere: «Giorgia Meloni, tu donna, sei riuscita a sbarrare la strada alle altre donne, perché i capilista potranno essere tutti uomini». Il leader pentastellato ha evocato la «persistente nostalgia del ventennio» e ha aperto un fronte sulla lotta alla mafia, mostrando in Aula una foto di Scarpinato con Falcone; ha chiuso con una sfida alla premier: «Qui c’è una opposizione che ti manderà a casa». Sulla foto è arrivata la replica di Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia, che ha provocato le proteste dell’opposizione: «Caro presidente Conte, ha mostrato la foto di Scarpinato con Falcone e Borsellino. Beh, anche nei dipinti dell’Ultima cena Giuda è accanto a Gesù…».
Sul versante costituzionale Angelo Bonelli, di Avs, ha parlato di una legge «assolutamente incostituzionale», imposta da una maggioranza che «in maniera autoritaria si impone per paura di perdere». Matteo Richetti, capogruppo di Azione, ha messo in guardia dal rischio di un Parlamento senza donne, «un passo indietro rispetto ad una battaglia costituzionale che vuole il Parlamento rappresentativo della società italiana», e ha aggiunto: «Vi do un consiglio: non fornite elementi di incostituzionalità, se dite ai cittadini che sceglieranno il premier, avreste dovuto fare il premierato». Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva, ha annunciato il no del suo gruppo e un sollievo: «Il gruppo di casa riformista voterà convintamente no ma finalmente tiriamo un sospiro di sollievo e dopo sei mesi la smettiamo di parlare di legge elettorale anziché dei problemi dei cittadini». Per lei la stabilità invocata dalla maggioranza è una finzione: «Avete raccontato agli italiani l’ennesima bugia», dal momento che il governo celebra la propria stabilità con la legge attuale.
Il leader di Più Europa, Riccardo Magi, ha rincarato: «La fiducia è un ricatto palese». Ha definito la riforma una «torsione antidemocratica» e una lesione delle prerogative del capo dello Stato, rivolgendo alla maggioranza un appello diretto: «Abbiate un sussulto, disobbedite. Fate la cosa giusta per la democrazia. Noi voteremo no». Magi ha ricordato che al suo digiuno di protesta si sono aggiunte 130 persone e che quasi 40mila hanno sottoscritto l’appello al presidente della Repubblica, sul cui giudizio dice di confidare.
La difesa del centrodestra: stabilità, bipolarismo e preferenze
La maggioranza ha risposto rivendicando governabilità e un meccanismo già in vigore negli enti locali. Stefano Benigni, vicesegretario di Forza Italia, ha messo in fila gli obiettivi: «L’obiettivo che ci siamo dati fin dal primo giorno era quello di garantire stabilità, governabilità e rappresentanza». Poi la rivendicazione: «La riforma va nella direzione giusta: un sano ritorno al bipolarismo, in cui chi vince governa e chi perde va all’opposizione». Ricordando che il centrodestra detiene il record dei governi più longevi e il centrosinistra quello dei più brevi, ha chiuso rivolto agli avversari: «Voi siete quelli della precarietà, noi quelli della stabilità».
Fabio Rampelli, di Fratelli d’Italia, ospite di Coffee Break su La7, ha descritto la riforma come la fotocopia di quanto accade nei Comuni e nelle Regioni, difendendo il peso ridotto delle preferenze con una prospettiva: «È meglio il 40% di preferenze che 0 e noi abbiamo approfittato della situazione per iniziare un percorso riformatore che porti il cittadino a scegliere in futuro il 100% dei parlamentari con le preferenze». Più ottimista sui numeri Alessandro Colucci, di Noi Moderati: «Almeno il 50% dei parlamentari saranno eletti con le preferenze». Colucci ha anche respinto le accuse di una legge su misura: «Respingiamo le accuse di aver fatto questa legge per costruirci un vestito su misura». Quanto al fronte avverso, la lettura è netta: «Il campo largo è contro perché è diviso».
Sul peso reale delle preferenze, dunque, le cifre divergono, anche all’interno del centrodestra: Conte parla di oltre l’80% di eletti deciso dai partiti, Colucci di almeno il 50% scelto con le preferenze, Rampelli di una quota del 40%. Un’incertezza che pesa nel confronto sulla qualità della scelta degli eletti.
Dalle minoranze è arrivato un sì: la Svp, con Dieter Steger, è passata dall’astensione costruttiva della prima lettura al voto favorevole, perché nel frattempo il testo è cambiato con ulteriori garanzie per il Trentino. «Il nostro voto cambia ma non cambia la nostra posizione», ha spiegato.
Il nodo Vannacci e le incognite della Consulta
La partita politica più delicata si gioca sul rapporto con Futuro Nazionale. Il deputato Edoardo Ziello ha annunciato che il partito di Roberto Vannacci non voterà il testo: «Questo provvedimento si occupa solo di garantire le posizioni di alcuni». Ha però rivendicato il merito delle preferenze: «Se ci sono queste preferenze meticce lo si deve solo al generale Vannacci che ha richiamato il centrodestra alle promesse fatte negli anni passati». Poi il messaggio alla maggioranza: «Tutti i sondaggi dicono che il centrodestra senza Vannacci non supera la soglia per ottenere il premio». La condizione per il dialogo: «Serve da parte vostra rispetto ed una interlocuzione programmatica».
Da Fratelli d’Italia è arrivato un rifiuto, affidato al ministro Francesco Lollobrigida: «Non abbiamo bisogno di aprire a ragionamenti con chi sta all’opposizione e ci vuole mandare a casa tutti i giorni». Bonelli, intervenendo poco prima in Aula, aveva però prefigurato un piano B: «Se si va a un pareggio o la Consulta cambia la legge, Giorgia Meloni andrà a fare l’accordo con Vannacci, dovete saperlo».
Il tema dei tempi della Consulta è già al centro del confronto: le opposizioni mettono in conto i ricorsi, e dal giudizio dei giudici costituzionali può dipendere la tenuta di un impianto contestato su preferenze, capilista bloccati e parità di genere. Sul campo restano due partite aperte, una giuridica e una politica, che si intrecceranno nei prossimi mesi fino al voto.
