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Le voci del silenzio che annientano la solitudine, storie oltre la leggenda

I grandi sentimenti non finiscono, neanche quando il fato è contro. Ce lo mostrano Tina Turner e Fiordaliso. Ma anche Tiziano Ferro e Loredana Bertè

Le voci del silenzio che annientano la solitudine, storie oltre la leggenda

Ci sono cose in un silenzio
che non m’aspettavo mai,
vorrei una voce
ed improvvisamente
ti accorgi che il silenzio
ha il volto delle cose che hai perduto, ed io ti sento amore,
ti sento nel mio cuore
stai riprendendo il posto
che tu non avevi perso mai.

Sono le parole che Paolo Limiti ha scritto per una delle più belle canzoni di Mina, La voce del silenzio, una sorta di inno che sancisce che i grandi sentimenti non finiscono mai, anche se non è sempre così, a volte l’amore si trasforma in rancore.

Gli artisti non muoiono mai

Tina Turner è morta a 83 anni, nel 2023. Per molti sarà stata una notizia della serie: «Mi piaceva, poverina, è morta». Io l’ho conosciuta, niente di profondo, intendiamoci. Lei viveva in Svizzera, io a Milano, ma qualcosa mi ha sempre legato a lei, al punto da incontrarla perfino sotto casa mia con il marito Erwin Bach, che era stato il suo produttore discografico e che l’ha amata per trentasette anni. Ancora oggi, quando sono giù di corda metto su una sua canzone e mi riprendo. Ho anche pensato che la sua disciplina buddista trasmettesse qualcosa nella sua musica al punto da arrivarmi nell’anima, ma poi ho scoperto che lei seguiva il Soka Gakkai, una frangia del buddismo giapponese che mi sembra lontana da noi. No, non era la sua fede a darmi la carica, ma era proprio Tina.

Me l’aveva fatta incontrare la prima volta Gianni Versace, c’era anche Donatella Versace, e lei era stata carinissima con tutti nel suo miniabito con la «Medusa» della maison sulle spalline. Erano i tempi di Goldeneye, colonna sonora di uno 007, fantastica.

Lei e il marito, il secondo dopo Ike Turner, vivevano già in Svizzera, sul lago di Zurigo, dove avevano una casa. Niente di faraonico, ma una bella villa, con un grande giardino dove lei metteva ad asciugare le sue parrucche leonine dopo averle lavate personalmente.

Si era riparlato di lei quando aveva venduto i diritti del suo catalogo musicale a BMG, un affare che secondo gli esperti valeva più di 50 milioni di dollari. Aveva già ottant’anni e ho pensato: s’è sistemata per il resto dei suoi giorni. Non sapevo che l’avesse fatto per sistemare chi rimaneva e non lei: già era malata, prima un cancro all’intestino, poi al rene, al punto che il marito le aveva donato un rene. Soffriva, ma mi dicono che è morta serenamente.

La notizia del rapporto con Erwin, un bell’uomo più giovane di lei di sedici anni, mi aveva per assurdo fatto piacere: Tina nella sua vita aveva dato tanto e ricevuto solo l’amore del suo pubblico, ma il suo passato era da paura: un marito, il geniale Ike, drogato, alcolizzato, che la riempiva di botte, morto di overdose nel 2007.

Poi anche Craig, il figlio che Tina aveva avuto con un sassofonista prima di Ike, è morto suicida, nel 2018, sopraffatto dalla depressione. E nel 2022 era morto anche Ronnie, il figlio che lei aveva avuto durante il matrimonio con Ike, ma che non era del marito, il quale lo adottò. «Ronnie, hai lasciato il mondo troppo presto. Nel dolore chiudo gli occhi e penso a te, mio amato figlio» aveva scritto Tina. Come per pareggiare il conto, Tina a sua volta riconobbe i figli che Ike aveva avuto durante le nozze con altre due donne.

Una vita esagerata, «ma sono riuscita a trasformare il veleno della mia esistenza in una medicina» diceva. E aveva ragione. Dal 2000 aveva deciso di non cantare più: «Ora me la godo».

È in cielo con il suo amico di sempre David Bowie con il quale pare avesse avuto anche una storia. C’è da invidiare gli angeli, semmai loro due decidessero di rifare un duetto con Let’s dance, la canzone di Bowie che insieme hanno reso immortale. Già, immortale. Perché, lo sappiamo, gli artisti non muoiono mai.

Chi si ama rimane sempre vivo nel cuore di chi resta

Pensando a Tina, penso a Fiordaliso, Marina Fiordaliso, che conosco da una vita. Non è troppo dire che le voglio bene. Un giorno leggo il suo post: «Maledetto Covid-19. Ti sei portato via la mia mamma». L’ho chiamata subito, era disperata. Eppure, dopo le prime battute, mi ha trasmesso una grande forza. Nei grandi dolori, capisci l’anima di chi li vive.

Mi ha raccontato di quel telefonino di riserva che aveva dato alla madre Carla quando l’avevano ricoverata, e di come l’aveva salvata nei contatti come «Mamma due». Poi, dopo giorni, arriva la chiamata. Leggo: «Mamma due». Rispondo. Era la sua voce: «Marina, sto morendo». E più nulla. Quella notte l’infermiera chiamò: «Non ce l’ha fatta». Undici giorni di ricovero senza poterle tenere la mano, senza quel gesto semplice che riassumeva il rapporto di una vita. «Fino al giorno prima di ammalarsi aveva fatto gli gnocchi, dava ordini a noi fratelli, siamo in cinque. Via, sparita».

«E sai che pensiero ho avuto? Speravo che entrasse dalla porta di casa e mi portasse via con lei. Sai chi mi ha salvato? Mia sorella. Mi ha preso di peso e mi ha sgridata come la mamma: “Datti una mossa, basta! Dobbiamo vivere, alla faccia di questo bastardo, il virus”. Mia madre si chiamava Carla e continua a vivere dentro di me, nella mia anima. Non mi lascerà mai».

Quando sento Fiordaliso dirlo, capisco che vale per tutti. Come quelle canzoni di Tina che continuano a girare in testa.

Donna che basta a se stessa

Da Fiordaliso a Loredana Bertè il passo è breve.

Non sono una signora di Loredana Bertè ha superato i quarant’anni. I miei colleghi di allora la chiamavano «la canzone delle sciampiste». Risultato: quei giornalisti nessuno se li ricorda, invece tutti sanno ancora a memoria le parole di una canzone che parla di una donna che non ha tutte stelle nella vita, ma la affronta con carattere e grinta. L’aveva scritta Ivano Fossati, mica uno che passa.

Me la ricordo bellissima, con un corpo da paura. Troppo bella per essere presa sul serio. Se ne fregava alla grande e vendeva comunque milioni di dischi. Aveva avuto Bjorn Borg, ma quando non ci si piega non ci si piega: lui avrebbe avuto bisogno di una mogliettina infermiera, quando lei andò a un ricevimento a Stoccolma con Re Carlo Gustavo con reggicalze a vista capirono tutti che quella storia sarebbe durata poco. I giornalisti svedesi la chiamavano «la donna di fuoco», lui era «l’uomo di ghiaccio».

A Sanremo 2024 ha cantato Pazza: «Non ho bisogno di chi mi perdona, io faccio da sola». L’ho incontrata di recente a Milano. Avvicinandomi per salutarla ho avvertito ancora il calore della donna di fuoco. I settanta si sentono, ma sotto la cenere la brace continua ad ardere. «Essere una donna libera non paga nel breve periodo», pensavo guardandola. Ma nel lungo sì. «Quando puoi dire senza paura: “Io basto a me stessa”», come mi disse anni fa Donatella Versace, donna criticatissima, oggi invidiatissima in tutto il mondo.

I bambini prima di tutto

Pensando a chi basta a se stesso penso a Tiziano Ferro, che seguo dai tempi di Sere nere. Di un talento immenso, in più gentile. Sta concludendo il tour estivo negli stadi italiani, partito il 23 giugno da Napoli e chiuderà il 12 luglio a Messina: un ritorno dal vivo in una dimensione più intima e più umana. Con lui, sul palco a Lignano, ha portato anche i figli Margherita e Andreas, due gemellini: immagine bellissima, il cantante che dall’alto del palco tende la mano ai due bambini con le cuffie antirumore, e loro che cercano di raggiungerlo.

Il divorzio da Victor Allen, annunciato nel 2023, è stato doloroso, lui stesso lo ha detto: «Un rapporto che finisce è una sconfitta». Ha scelto di restare a Los Angeles per non allontanare i figli dall’altro padre: «Potrei portarli via, ma sarebbe una cattiveria e non me la sento. Con Victor siamo in buonissimi rapporti, non c’è stata nessuna guerra». Tiziano in quel momento forse era sincero o forse no visto che i rapporti si sono deteriorati. Il nuovo album si chiama Sono un grande: un mantra, spiega, non una dichiarazione di superiorità. La musica è ancora, per lui, il modo migliore per trasformare il veleno in medicina. Come avrebbe detto Tina.