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La premier risponde alle accuse dopo il selfie scattato con un esponente del clan “Senese”

Un selfie di Giorgia Meloni accanto a un presunto referente del clan Senese in Lombardia torna al centro di una nuova polemica politica e mediatica. La foto, pubblicata sui profili social della trasmissione Report della Rai e anticipata dal Fatto Quotidiano, risale al 2 febbraio 2019 a Milano, durante la prima grande iniziativa politica del partito al Nord in vista delle elezioni europee di quell’anno. Secondo Report, tra i presenti in prima fila c’era Gioacchino Amico, descritto come referente del clan Senese in Lombardia.

La pubblicazione dello scatto ha scatenato la replica immediata della premier tramite un lungo post sui social. Meloni ha definito il suo impegno «contro ogni mafia cristallino, coerente, duraturo» e ha rivendicato le scelte del governo, tra cui il mantenimento del carcere duro per i boss mafiosi, contrapposto – a suo dire – alle misure che in altri contesti avrebbero portato alla liberazione di detenuti durante la pandemia. La presidente del Consiglio ha poi contestato l’accostamento tra la sua immagine pubblica e la criminalità organizzata, accusando Report, Il Fatto Quotidiano, La Repubblica e Fanpage di voler «gettare fango nel ventilatore» e di fare “politica” piuttosto che giornalismo.

Meloni ha ricordato che, avendo fatto politica per anni, ha migliaia di foto con cittadini e militanti, come accade a qualsiasi figura pubblica, e ha precisato di aver interrotto ogni rapporto con suo padre all’età di 11 anni, rispedendo al mittente i “piroforici collegamenti” tra vicende personali e criminalità.

La replica più dura è arrivata dal giornalista Sigfrido Ranucci, intervistato a Radio2 Stai Serena. Ranucci ha affermato che il problema non è l’onestà di Meloni, ma il fatto che Amico – pur con precedenti penali – fosse presente in ambienti di Fratelli d’Italia e potesse entrare e uscire dal Parlamento grazie a un pass. Secondo il conduttore di Report, ora che Amico è diventato collaboratore di giustizia nel processo Hydra di Milano, la sua presenza a un evento politico merita approfondimento, non solo negazioni.

Report sostiene che Amico, già condannato per ricettazione e arrestato per associazione a delinquere e truffa prima di diventare imputato cruciale nel processo Hydra, non fosse un semplice “imbucato”: alcuni dirigenti del partito lo avrebbero accolto consapevolmente. Ancora più inquietante, secondo la trasmissione, sarebbe la circostanza che Amico sarebbe entrato alla Camera dei Deputati senza farsi identificare, utilizzando un tesserino che gli permetteva di accedere liberamente agli spazi istituzionali.

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