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La legge elettorale torna alla Camera dei deputati, parte la roulette dei voti segreti

Inizia a Montecitorio il percorso della riforma, con il nodo delle sottoscrizioni e le proteste delle opposizioni sulla parità di genere

La legge elettorale torna alla Camera dei deputati, parte la roulette dei voti segreti

La nuova legge elettorale torna alla Camera, nella stessa Aula in cui a metà luglio la maggioranza andò sotto sulle preferenze. E ci torna con quelle stesse preferenze proposte e approvate nel testo del Senato. Una prova di forza per Giorgia Meloni per superare quella che solo due mesi fa definì «la palude» di chi vuole «impedire ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari».

Dal pomeriggio si inizia con la discussione generale, giovedì si entra nel vivo delle votazioni, con le pregiudiziali di costituzionalità per cui è probabile il voto segreto. «E già lì capiremo in che acque navighiamo», spiega a microfoni spesi un meloniano. E sì, perché anche se il mood prevalente nella maggioranza è quello di un cauto ottimismo, non manca una certa dose di apprensione, in particolare per l’8 ottobre, giorno in cui è prevista la votazione finale, anche questa a scrutinio segreto.

Come andrà a finire? Nei capannelli in Transatlantico, la domanda rimbalza da giorni, seguita dalle ipotesi più disparate sulla data del voto: dal «filerà tutto liscio» e si andrà a votare tra un anno, al «possibile incidente parlamentare» che catapulterà l’Italia alle urne a inizio anno, visto che questa volta il governo porrà la questione di fiducia.

In quest’ultimo scenario si collocano persino i rumors girati in ambienti dell’opposizione (smentiti, con una certa dose di sdegno, dai diretti interessati) su un gruppo di franchi tiratori organizzati da Fratelli d«Italia per auto-impallinare il governo e andare al più presto alle urne. Nel frattempo, l’antipasto dello scontro che animerà nei prossimi giorni l’emiciclo di Montecitorio è servito in commissione Affari Costituzionali, dove – durante la discussione degli ultimi emendamenti (tutti bocciati) – le opposizioni puntano il dito contro le preferenze opzionate dal centrodestra, la parità di genere («scarsa») e le sottoscrizioni richieste («quadruplicate» tanto da costituire una «barriera» per alcune liste).

Ed è in particolare la previsione delle aziende che dovranno raccogliere le liste che si vorranno candidare alle politiche e che non sono in Parlamento (si passa da 1.500 a 6mila per collegio) a scaldare la riunione: «Abbiamo almeno due casi, il Molise e la Basilicata in cui per presentarsi sono necessari, rispettivamente, le aziende del 2,5% e dell’1,4% degli aventi diritto al voto» e dunque ci sono «almeno due casi in cui questa previsione è certamente illegittima», ha sottolineato Riccardo Magi di Più Europa. «La presentazione delle liste non deve essere disincentivata con barriere assurde», ha attaccato da Avs Filiberto Zaratti. «Se volete evitare i cespugli fate una soglia di sbarramento alta, ma vi servono le liste più piccole», quindi questa norma «non solo è incostituzionale ma è anche moralmente riprovevole», ha puntato il dito Vittoria Baldino del M5s.

Con il dem Federico Fornaro che ha rincarato la dose, parlando di una previsione «oggettivamente irragionevole che altera la competizione elettorale in modo grave e inaccettabile». «È una scelta, che può piacere o no», fatta per bilanciare la cancellazione della soglia di voto per contribuire al premio, ha risposto Angelo Rossi (FdI), «ma non è illegittima». «Contro lo “Stabilicum” non avremo un Parlamento per donne – ha attaccato dal Pd la capogruppo Simona Bonafè -. Giorgia Meloni si assume una grave responsabilità: quella di cancellare la parità di genere nella scelta dei capilista e di consegnare al Paese un Parlamento con una rappresentanza femminile più bassa. È un grave passo indietro».