Ci sono estati che si misurano in chilometri e altre in applausi. Quella de Il Volo comincerà tra teatri millenari, piazze cariche di storia e scenari affacciati sul Mediterraneo: un nuovo viaggio dal vivo che riporterà Piero Barone, Ignazio Boschetto e Gianluca Ginoble davanti al loro pubblico, là dove le canzoni trovano ogni volta una vita nuova. E mentre riflettono su un presente in cui «si fatica ad avere un pensiero critico», difendono il diritto dell’arte di attraversare il tempo senza essere semplificata. Con la stessa convinzione con cui continuano a credere nella forza della grande melodia italiana.
Per anni siete stati raccontati come i ragazzi italiani che portavano la tradizione melodica nel mondo. Oggi sembra quasi il contrario: è il mondo latino che entra nel vostro universo. Cosa sta cambiando nelmodo in cui pensate la musica?
«Il singolo uscito con Carlos Rivera è pensato soprattutto per un pubblico latino. È nato da una grande amicizia con Carlos, da una di quelle cene in cui si dice: “Prima o poi dobbiamo fare qualcosa insieme”. È partita poi una rivisitazione di Bella senz’anima di Riccardo Cocciante, in una versione spagnola. Con l’America Latina abbiamo un rapporto che dura da diciassette anni. Prima ancora di arrivare a Sanremo avevamo già iniziato a lavorare in quei Paesi. Da lì sono arrivati i primi fan, il primo affetto, le prime persone che ci hanno sostenuto davvero. Non c’è alcun cambiamento nel nostro stile o nel nostro approccio alla musica: è semplicemente uno di quei progetti che realizzi con degli amici e che si rivolge a un mercato specifico. Ma la musica si è globalizzata. Una volta questo singolo sarebbe probabilmente uscito soltanto in Sud America. Oggi è impossibile pubblicare qualcosa per un solo Paese: quando esce una canzone, esce ovunque».
In fondo è sempre stato il vostro approccio: non siete mai rimasti confinati al mercato italiano.
«È la forza stessa della musica che facciamo. Questo genere permette di essere molto più internazionali rispetto ad altri. Lo hanno dimostrato i grandi del passato, da Pavarotti ai concerti al Central Park. Questa musica supera qualsiasi barriera culturale: anche quando non si comprendono le parole, l’emozione arriva comunque. È un po’ quello che succedeva ai nostri genitori quando ascoltavano artisti stranieri senza capire il testo. La musica arriva lo stesso».
Questo è più difficile per il mondo del cantautorato?
«Sicuramente. Il cantautorato nasce da un altro concetto. Negli anni Settanta si combatteva per delle idee, ci si esponeva anche politicamente. Sono tempi in cui si fatica persino ad avere un pensiero critico. Bisogna stare molto attenti a esporsi, perché il contesto storico è completamente diverso. Anche il cantautorato è cambiato. Esistono artisti straordinari, ma è un’altra epoca. Noi, nel nostro piccolo, siamo semplicemente un veicolo. Puccini è eterno, non ha bisogno di Pavarotti o Bocelli per esserlo. Però ci sono voci che continuano a portare quella musica alle nuove generazioni e nel mondo. Il nostro obiettivo è sempre stato quello: allargare il pubblico e contribuire a valorizzare una parte importante della cultura italiana».
A proposito dell’esporsi, vi è mai capitato di prendere una posizione che vi abbia creato problemi o polemiche?
«Siamo tre persone molto diverse tra loro. Per questo abbiamo sempre cercato di mantenere la massima concentrazione sulla musica. Per quanto riguarda gli ideali, le convinzioni personali e la politica, crediamo siano aspetti estremamente privati. Oggi è molto facile essere fraintesi. Anzi, spesso si cerca volutamente di fraintendere il messaggio di un artista. Abbiamo sempre cercato di proteggere il nostro pensiero, ma anche il gruppo».
Questo rischio di fraintendimento rientra tra le conseguenze di un’epoca social e sovraesposta?
«Più che un mondo sovraesposto, è un mondo disinformato. Oggi abbiamo tutti gli strumenti per informarci e per ricevere informazioni, eppure siamo forse più disinformati di quando questi strumenti non esistevano. Quello che noto è che, nella musica come nell’informazione, il messaggio conta sempre meno rispetto alla velocità. Oggi bisogna arrivare per primi. E più rapidamente arriva un messaggio, più rapidamente viene dimenticato. Quanti nostri coetanei sono davvero disposti a leggere un articolo per intero, approfondire, confrontare fonti diverse? L’informazione arriva e svanisce. Lo percepiamo continuamente e ci dispiace».
Torniamo a «Bella senz’anima». Quando uscì fu una canzone discussa, criticata dal femminismo e accusata da alcuni di veicolare un’immagine problematica della donna. Vi siete posti il problema di come restituirla a un pubblico del 2026?
«Se dovessimo ragionare così, dovremmo censurare gran parte dell’opera lirica. Dovremmo buttare via anni di storia della musica. Sono cambiati i tempi, ma la forza di quella canzone, della sua melodia e del messaggio che Riccardo Cocciante voleva trasmettere è andata oltre qualsiasi critica. Credo che oggi quella polemica sia stata superata. Il problema sarebbe se quella canzone nascesse oggi. Ma allora dovremmo anche togliere Picasso dai musei o censurare i film di Tarantino. A quel punto dovremmo rimettere in discussione gran parte della storia dell’arte».
Avete coinvolto Riccardo Cocciante durante il processo di lavorazione?
«In realtà non lo abbiamo ancora sentito, ma lo faremo. Siamo convinti che sarà felice. È uno di quegli artisti che sono già entrati nella storia e che continueranno a rimanerci. Ha creato opere destinate a durare».
Tra poco tornerete dal vivo. Che cosa vi entusiasma di più di questo tour?
«Siamo felici di tornare a esibirci d’estate in alcuni dei luoghi più belli d’Italia. Per noi la cornice è importante, perché aiuta questa musica a esprimersi al meglio. Porteremo sul palco il repertorio che il pubblico conosce e ama, alternando momenti insieme ad altri individuali. Ci saranno le nostre canzoni, la tradizione italiana, l’opera. Vogliamo offrire due ore di spettacolo e far divertire il pubblico».
Quanto conta ancora l’orchestra nel vostro modo di stare sul palco?
«È fondamentale. Siamo nati in mezzo a un’orchestra. Con il tempo abbiamo imparato a conoscerne le regole, ma continua a essere una parte essenziale dei nostri concerti. Non riusciremmo a immaginare uno spettacolo senza. Se un concerto funziona, gran parte del merito va anche ai musicisti che ci accompagnano».
Cantate canzoni d’amore enormi, drammatiche, assolute. Ma nella vita siete davvero romantici?
Ignazio Boschetto: «Io sì. Sono sposato e ho un figlio. Mi considero romantico dentro e fuori. Però il romanticismo è anche una questione di maturità, di stati d’animo. È una virtù che si sviluppa con il tempo».
Piero Barone: «Io sto ancora cercando. Mi manca l’indirizzo (ride, ndr). Ma è qualcosa di molto soggettivo: ciò che è romantico per una persona può non esserlo per un’altra».
Gianluca Ginoble: «Quando vuoi bene a una persona, te ne prendi cura. Anche chiedere semplicemente “Hai mangiato?” può essere un gesto romantico. Alla fine il romanticismo è questo».
L’ultimo desiderio per il tour che sta per cominciare?
«Che tutto vada serenamente. Quando un tour va bene significa che non ci sono stati imprevisti. Vogliamo semplicemente goderci ogni serata e non dare mai per scontata la presenza del pubblico. Mai».
Da Marostica a Caserta: le date dell’estate
Il tour estivo 2026 de Il Volo prenderà il via l’1 luglio da Marostica, in Piazza Castello, per poi attraversare alcune delle location più importanti d’Italia e del Mediterraneo: da Piazza Duomo a Pistoia al Teatro Greco di Siracusa, da Villa Erba di Cernobbio alle tappe internazionali di Barcellona, Malaga, Murcia, Salonicco e Corfù. In calendario anche gli appuntamenti di Barletta il 7 agosto, il doppio concerto al Teatro Antico di Taormina il 22 e 23 agosto e le date di Lanciano, Macerata e Brescia. La tournée si concluderà l’8 settembre alla Reggia di Caserta, tra le cornici più affascinanti dell’intero itinerario, prima dei successivi appuntamenti autunnali di «Tutti per Uno» a Mantova.
