Se «Gli androidi sognano pecore elettriche», l’incubo del Presidente della Repubblica è di trovarsi un giorno al Quirinale per consegnare le Stelle al Merito del Lavoro non più a uomini e donne in carne e ossa, ma «all’umanoide più solerte». Senza citare il romanzo di Dick, Sergio Mattarella ha utilizzato le suggerimenti del film che ne è stato tratto, “Blade Runner”, per innalzare l’argine civile allo sviluppo tecnologico e sugli effetti che possono portare ai salari: «Le macchine» devono essere al «servizio delle persone e non viceversa», ha detto chiudendo la cerimonia dedicata ai lavoratori che si sono distinti per perizia, laboriosità e buona condotta morale.
«Il lavoro» è «luogo simbolo della dignità della persona», ha ricordato Mattarella, e per questo deve garantire salari adeguati. Invece, le macchine stanno sostituendo l’uomo. Peggio: a volte lo comandano. L’esempio sono i rider, succubi di ritmi e obiettivi scanditi da un’arcana procedura di calcolo. «Non intendiamo che possano svilupparsi nuove, insidiose forme di asservimento – ha avvertito Mattarella – anche attraverso un uso perverso di algoritmi». È una moderna forma di disagio. Da un po’ se ne parla meno. Ce ne sono di nuove, che fanno rumore. Sono quelle che portano alle piazze dei giovani, ai blocchi degli autotrasportatori, alle manifestazioni degli agricoltori. Sociali e carburanti. Fumogeni e scaffali vuoti. E il mondo fa i conti con la tecnologia, con l’intelligenza artificiale. Che promettono il paradiso ma sono purgatori. Che possono alleviare fatiche e pene. Ma vanno sapute governare, specie quando invadono massicciamente il mondo del lavoro, le sue dinamiche, la sua organizzazione.
I principi da cui partire sono antichi. Per esempio: gli stipendi non contrastano la competitività. E nemmeno l’occupazione, che va difesa. L’Europa è «chiamata a difendere i valori della propria civiltà e a sostenere il proprio modello sociale», ha ricordato il Presidente della Repubblica, e può farlo soltanto «avversando atteggiamenti secondo i quali una appropriata dinamica salariale, anziché rappresentare il corrispettivo della dignità del lavoratore, sia costo da ridurre per ottenere competitività, mentre, al contrario, gli investimenti diretti alla sostituzione della forza lavoro, a prescindere dalla loro efficacia, sono benvenuti».
Attenzione: tutto ciò, non si contrappone al «necessario incremento della produttività delle aziende». Insomma, «le tecnologie sempre più complesse, fino alle ultime generazioni dell’intelligenza artificiale, vanno rese alleate del benessere e della civiltà umana. Non dobbiamo temerle, né guardarle con sospetto o ostilità, con un tardivo ritorno neo-luddista». Ma non bisogna sottovalutarne i pericoli. Per fortuna, «è una responsabilità di cui l’Unione Europea appare consapevole». Altrimenti, si rischia che qualcuno ipotizzi «la fine del lavoro», ritenendolo «erroneamente una forma di alienazione». Uno scenario futuribile. Ma per descriverne le conseguenze, Mattarella ha citato un libro di duemila anni fa, i Vangeli: «Una società divisa tra pochi ricchi Epulone e tanti, tanti Lazzaro». Epulone e Lazzaro: il ricco che «festeggiava sontuosamente» e il mendicante che viveva alla porta del suo palazzo, sperando di sfamarsi con le briciole avanzate dai banchetti.
