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Giorgio Boris Giuliano, la memoria dello “Sceriffo” ucciso dalla mafia: il ricordo commosso della figlia a decenni dall’agguato

La tragica imboscata in un bar di via Di Blasi a Palermo: a sparargli fu Leoluca Bagarella

Giorgio Boris Giuliano, la memoria dello “Sceriffo” ucciso dalla mafia: il ricordo commosso della figlia a decenni dall’agguato

Il mese di luglio del 1979 scorreva sotto il peso di un’atmosfera opprimente e carica di presagi drammatici a Palermo. Boris Giuliano, dirigente della Squadra Mobile cittadina, aveva già intuito che il tempo a sua disposizione stesse per esaurirsi, dopo che al centralino degli uffici di polizia era giunta un’esplicita condanna a morte nei suoi confronti. Consapevole del pericolo mortale, il investigatore scelse di mettere al sicuro i propri cari trasferendoli lontano dal capoluogo siciliano, nella dimora dei nonni vicina al litorale catanese, regalando loro gli ultimi momenti di serenità in riva al mare. Nonostante il destino segnato, Giuliano scelse di non tirarsi indietro. La mattina del 21 luglio 1979, mentre era fermo al banco di un locale di via Francesco Paolo Di Blasi per consumare un caffè prima di iniziare il turno di servizio, venne colpito alle spalle dai proiettili sparati dal killer corleonese Leoluca Bagarella.

Un investigatore visionario e il dramma dell’isolamento

Originario di Crotone, dove era nato nel 1930, e forte di una solida formazione in ambito giuridico, Giuliano si guadagnò l’appellativo di “Sceriffo” per via del suo look caratteristico e di un approccio operativo netto e determinato. A lui si deve un radicale ammodernamento delle tecniche d’indagine: fu tra i primi a comprendere la necessità di ricostruire i flussi finanziari illeciti per disarticolare la criminalità organizzata e strinse una fitta rete di cooperazione con gli enti investigativi americani, come FBI e DEA, ponendo le premesse per scardinare le rotte internazionali degli stupefacenti e del riciclaggio tra l’Italia e gli Stati Uniti. Ciononostante, pur avendo siglato importanti successi – dalle piste sulla sparizione di Mauro De Mauro fino alle irruzioni nei rifugi dei vertici mafiosi – si trovò a operare in un contesto di profonda solitudine istituzionale, privo del necessario sostegno da parte di chi avrebbe dovuto tutelarlo.

L’eredità morale e la testimonianza della figlia Selima

A distanza di quarantasette anni dall’agguato, il valore del suo sacrificio viene custodito dalle commosse parole della figlia Selima Giorgia Giuliano, attualmente alla guida della Soprintendenza ai Beni Culturali di Palermo. Nel rievocare la figura paterna, Selima ne sottolinea la fedeltà incrollabile alle istituzioni e l’amore viscerale per la propria terra, ma con un rammarico: «Chissà quante volte ti sarai sentito abbandonato da chi ti doveva supportare e proteggere».

Il senso del dovere gli impedì anche solo di ipotizzare un allontanamento dalla Sicilia o una richiesta di trasferimento per mettersi in salvo. Quella scelta di vita e di servizio è ancora oggi una guida etica fondamentale per la famiglia, e trasforma il dolore per una perdita devastante in un motivo di costante orgoglio.