«Mezza suora, mezza prostituta». Così il potere sovietico liquidava Anna Achmatova. Eva Di Palma ha scelto quell’insulto come epigrafe di “Bestiale, femminile” (Mondadori). Una raccolta di poesie in cui il sesso incontra il sacro, il desiderio sfida il pudore e la maternità non è necessariamente una vocazione. Classe 1986, Di Palma racconta di non aver mai desiderato figli. E di sentirsi ancora rispondere: «Mi dispiace». Come se essere donna significasse per forza dover diventare madre.
Il suo libro si apre con le parole feroci di Ždanov contro Anna Achmatova, accusata di essere metà suora e metà prostituta. Quanto c’è di sacro nel desiderio femminile e quanto, ancora oggi, di autenticamente scandaloso?
«Credo che la modernità tanto sbandierata quando si parla di desiderio femminile nasconda una profonda ipocrisia. Noi donne ci sentiamo relativamente al sicuro grazie alle conquiste delle generazioni precedenti, ma in realtà di sicuro c’è ancora ben poco. Ho scelto quelle parole perché, nate per condannare Achmatova e sminuirne la poesia, finiscono paradossalmente per descriverne la straordinaria forza espressiva. Non mi permetterei mai di paragonarmi a lei, naturalmente. Volevo però dichiarare fin dall’inizio al lettore che cosa avrebbe incontrato: versi che possono anche lasciare indifferenti, ma che potrebbero sconvolgere. Il desiderio femminile continua a essere raccontato troppo spesso dagli uomini. E senza voler togliere loro questa possibilità, credo che sarebbe bene lasciare che a cantarlo fossero soprattutto le donne».
Eppure viviamo in un’epoca apparentemente disinibita. Davvero c’è ancora qualcosa che una donna non può raccontare senza suscitare imbarazzo?
«Assolutamente sì. Quando alcune persone hanno saputo quale sarebbe stato il tema del mio libro, diverse donne mi hanno detto di essere curiose di conoscere ciò che una quarantenne aveva da dire sul desiderio femminile. E questo è già significativo. La poesia, naturalmente, non è narrazione: io lavoro con immagini, allusioni, suggestioni. Ma certi argomenti rimangono tabù. Penso alle mestruazioni, alle quali ho dedicato una poesia. Appartengo a una generazione di donne a cui è stato insegnato a chiamarle “le mie cose”, quasi fosse necessario nascondere qualcosa di disgustoso. È un pudore imposto da una concezione prevalentemente maschile di ciò che può essere considerato bello o accettabile. Mi ha fatto molto piacere che Giuseppe Conte abbia citato proprio quella poesia in un suo articolo sul Secolo XIX, ricordando anche l’aneddoto di un poeta del Novecento che si domandava come poter cantare l’amore per la propria moglie mestruata. Ecco, mi sembra incredibile che ancora oggi ci sia bisogno di superare un simile imbarazzo».
Il corpo femminile, nei suoi versi, è un territorio di piacere, dolore e creazione. Ma c’è anche una maternità mancata che attraversa alcune delle poesie più intense. Si può essere madri anche di un bambino mai nato?
«Credo che la donna sia madre in quanto donna, indipendentemente dalla maternità biologica. È una condizione che ha a che fare con la natura, che non è necessariamente benigna, anzi può essere profondamente matrigna. Da qui nasce anche il titolo del libro, quell’accostamento tra femminilità e bestialità che ha già suscitato qualche polemica. Una donna, in particolare, si è sentita offesa. Ma la mia intenzione era esattamente opposta: volevo elevare la carnalità femminile a qualcosa di sacro, non certo denigrarla. E lo dico da donna che non è madre biologicamente e che non ha mai sentito il desiderio di diventarlo. Credo però che la spinta ferina alla procreazione possa manifestarsi in molte forme diverse. Non necessariamente attraverso la nascita di un figlio. È una forza che appartiene anche al desiderio femminile».
Nei suoi versi l’amore sembra esistere soprattutto quando manca qualcosa: una presenza, una promessa, un incontro. Mi dica, è più difficile sopravvivere a un amore finito o a uno che non ha mai avuto il coraggio di cominciare?
«Senz’altro a un amore che non è mai cominciato. Quando una storia finisce, per quanto dolorosa possa essere, riusciamo quasi sempre a costruirci una spiegazione. Noi esseri umani siamo bravissimi a trovare degli alibi, delle strategie di sopravvivenza. Lo facciamo continuamente, persino quando al mattino ci guardiamo allo specchio e, senza rendercene conto, cominciamo già a recitare una parte. Ma di fronte a qualcosa che non è mai accaduto queste difese diventano molto più fragili. Come si sopravvive a ciò che non è stato? Come si trova una spiegazione per qualcosa che non ha avuto nemmeno la possibilità di esistere? Credo moltissimo nella forza della parola, non soltanto nella sua capacità di definire le cose, ma anche nel suo valore quasi salvifico. Eppure riuscire a raccontare ciò che non è mai accaduto mi sembra un’impresa quasi impossibile».
A un certo punto scrive: «Sono la perfezione, non una donna venuta male». Sembra una dichiarazione di guerra a secoli di giudizi sul corpo femminile. Ma oggi una donna è davvero libera di desiderare senza dover giustificare il proprio desiderio?
«Dovrebbe esserlo. Ma siamo ancora profondamente condizionate da una società maschilista, spesso senza rendercene conto. E lo dico senza alcuna volontà di dichiarare guerra agli uomini. Ho sempre avuto un rapporto molto forte con il mondo maschile, i miei amici più importanti sono uomini e credo di comprenderne abbastanza bene la mentalità. Quello che mi dispiace è vedere quanto siano condizionate soprattutto le ragazze più giovani. Per assurdo, credo che ai miei tempi fossimo più libere di quanto non lo siano loro oggi. Sono nata nel 1986, quindi non ho vissuto gli anni delle grandi battaglie femministe, ma ne ho raccolto l’eredità. Oggi, in un’epoca di apparente disinibizione totale, mi sembra che esistano persino più freni, più difficoltà nel dichiararsi e mostrarsi libere. La libertà vera e propria delle donne, secondo me, è ancora molto lontana».
Nel finale del libro compare un professore, una cattedra e una donna intenzionata a rovesciare i ruoli. Nella seduzione preferisce un uomo che sappia insegnarle qualcosa o uno abbastanza intelligente da lasciarsi dare lezioni?
«È una domanda alla quale non è semplice rispondere. Spesso l’uomo intelligente è proprio quello capace di lasciarsi guidare da una donna. Il problema è che ancora oggi, quando una donna prova a insegnare qualcosa a un uomo, anche soltanto mettendosi sul suo stesso piano, si scontra con un’abitudine profondamente radicata: quella di dare maggiore ascolto alle esigenze maschili. È una questione di ruoli, di aspettative. Le faccio un esempio personale. Non essendo madre, mi sono sentita dire più volte “mi dispiace”. E a dirmelo sono state soprattutto altre donne, con affetto sincero, come se la mia condizione rappresentasse necessariamente una mancanza. Ma io non avevo manifestato alcun rimpianto. Lo stesso succede a mia madre: quando scoprono che non è nonna, anche lei si sente dire “mi dispiace”. È come se esistesse un percorso prestabilito dal quale non puoi deviare senza suscitare compassione. Ecco, credo che qualcosa di simile accada anche nella seduzione. Ci sono ruoli che continuiamo ad assegnare agli uomini e alle donne, quasi fossero naturali. Ma quando si prova a rovesciarli, non sempre le conseguenze sono indolori».
