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L’avvocata Andrea Catizone: «La cronaca nera in tv? Spesso è puro show» – L’INTERVISTA

«Quando si parla di questi temi servirebbe un approccio non da salotto», ammonisce la professionista, opinionista tv su temi di attualità

L’avvocata Andrea Catizone: «La cronaca nera in tv? Spesso è puro show» – L’INTERVISTA

Andrea Catizone è avvocata ed esperta di diritti della persona, discriminazioni e parità di genere. È consigliera della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere e docente universitaria. Opinionista in tv su temi di attualità legale e sociale, analizza con noi da un punto di vista giuridico il fenomeno dei programmi di cronaca nera e la loro capacità di raccontare, o strumentalizzare, casi delicati.

Perché la cronaca nera funziona così bene in tv?

«Racconta gli aspetti più nascosti dell’essere umano, mette a nudo quella parte di noi che in qualche modo appartiene a tutti: l’attrazione verso ciò che spaventa. È un magnetismo quasi incomprensibile che ha a che fare con la predisposizione umana verso un mondo sommerso, quello delle emozioni di cui non tutti sono consapevoli. C’è un fascino verso lo spaventoso simile a quello che proviamo da bambini con le fiabe».

I plastici, le ricostruzioni con gli attori, gli esperti in studio: c’è qualcosa che da avvocata la fa sorridere guardando tutto questo?

«Mi fa pensare alla nascita di nuove professionalità. Per esempio il criminologo. Che è una figura ibrida, che non sta né di qua né di là: non è uno psicologo, ma un po’ lo è, non è un giurista, ma un po’ lo è. È qualcuno che racconta, che ricostruisce quello che non è stato visto. Siamo nel mondo delle ipotesi, dove può essere accaduto tutto e il contrario di tutto. Se pensiamo ai casi di cronaca all’ordine del giorno – per esempio Garlasco, che è il caso dei casi e resterà tale proprio perché probabilmente non si arriverà mai a una certezza – tutto questo mette in discussione uno dei fondamenti stessi della giustizia: la ricerca della verità e quindi anche l’eventualità del fallimento. La giustizia italiana, in particolare, fatica a dire “Non siamo riusciti a individuare il colpevole”: sarebbe un successo, non un fallimento, evitare di condannare persone di cui non si ha la certezza della reale colpevolezza. Queste ricostruzioni sono costume, un fumetto che prende forma. Prima si costruisce la teoria, poi la si dimostra. Non si parte dalla verità dei fatti».

Dove finisce il diritto di cronaca e dove comincia lo sfruttamento mediatico?

«Il primo finisce nel momento in cui sono violati i diritti fondamentali della persona – sia di chi ha commesso o avrebbe commesso il reato sia di chi lo ha subito. Il diritto di cronaca ha la sua ragion d’essere, la sua importanza, ma fino a quando non invade il campo della dignità e della riservatezza altrui. Finisce quando si costruisce un’immagine della persona fatta ad hoc per affascinare il pubblico più che per rispondere alla reale necessità di raccontare i fatti. Quando si passa dal saggio al romanzo, quando la fantasia supera la realtà finisce il diritto di cronaca e si entra in un altro scenario».

Molti di questi casi sono femminicidi. Questi programmi aiutano a fare cultura sul tema o finiscono per spettacolarizzare?

«L’attenzione ha permesso di arrivare alla formulazione del reato di femminicidio, che per alcuni è ancora inutile, ma che invece è centrale per cambiare anche dal punto di vista culturale la relazione tra il la società e le donne. Il problema è che di un tema così importante a volte si parla in maniera impropria. Ogni volta che affrontano questi temi servirebbe un approccio scientifico e non da salotto».

Che consiglio darebbe a chi fa questi programmi, autori e conduttori. E quale invece al pubblico?

«A chi li fa, di non dimenticare mai che dietro quelle storie ci sono vite, persone reali. E anche familiari con ferite enormi, destinate a segnarli per sempre. Al pubblico, consiglierei di lasciare da parte la conoscenza morbosa dei dettagli personali, per provare invece a capire: cosa ci insegnano davvero queste storie? Solo così parlarne e guardarle assume davvero un senso».