«Un cortocircuito logico e morale devastante per la fiducia nella Giustizia». Torna a parlare Raffaele Sollecito, e lo fa con parole dure e amare che riaprono una delle ferite più profonde della sua vicenda giudiziaria. Definitivamente assolto con formula piena per l’omicidio di Meredith Kercher, avvenuto a Perugia nel 2007, l’ingegnere pugliese non ha mai ottenuto dallo Stato italiano alcun risarcimento per i quasi quattro anni trascorsi in carcere prima della sentenza d’appello che scagionò lui e Amanda Knox.
Lo spunto per lo sfogo arriva dalla recente decisione giudiziaria che ha stabilito un risarcimento a favore dei familiari dei rapinatori uccisi dal gioielliere di Grinzane Cavour, Mario Roggero. Un parallelismo che Sollecito definisce «una contraddizione clamorosa e inaccettabile».
«Nessuna prova, solo una convinzione personale dei giudici»
Sollecito ripercorre i passaggi che hanno portato al diniego del suo indennizzo per ingiusta detenzione, contestando la logica formale espressa dai magistrati: «Da una parte ci sono io: un cittadino innocente, assolto in via definitiva. Eppure lo Stato mi ha negato il risarcimento per gli anni che hanno distrutto la mia vita. Per farlo, i giudici si sono aggrappati a una loro personale convinzione, mai supportata dai fatti. Non essendo riusciti a collocarmi sulla scena del crimine, hanno dedotto che io avessi comunque cercato di aiutare Amanda. Una deduzione priva di prove e in aperto contrasto con la mia assoluzione».
Secondo l’ingegnere pugliese, i tribunali avrebbero aggirato la sentenza di assoluzione ipotizzando una sua presenza prima, durante o dopo il delitto, senza però aver mai fornito riscontri oggettivi a tale ricostruzione.
Il confronto con il caso del gioielliere Roggero
A far scattare la dura reazione è il confronto diretto con le modalità con cui il sistema giudiziario si è mosso nel caso della tentata rapina in Piemonte, sfociata nel sangue: «Dall’altra parte assistiamo a sentenze come quella del gioielliere. Il nostro stesso sistema si mobilita per garantire e imporre un risarcimento a favore di persone che, nel momento in cui hanno perso la vita, stavano attivamente commettendo un reato violento. Persone che avevano assaltato un’attività commerciale impugnando delle armi – che solo loro sapevano essere giocattolo – e terrorizzando chi stava lavorando».
Il quadro delineato da Sollecito fotografa una profonda asimmetria interna alla macchina della giustizia italiana che, a suo dire, finisce per capovolgere i ruoli di vittime e colpevoli: «In Italia lo Stato arriva a imporre tutele per chi delinque e minaccia la vita altrui, ma volta le spalle a chi viene ingiustamente strappato alla propria vita per un colossale errore giudiziario».
