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Siccità, primi sintomi sugli alberi garganici: anche la Foresta Umbra a rischio

Preoccupa lo stato di salute dei boschi garganici, con un fenomeno che di anno in anno diventa sempre più evidente

Siccità, primi sintomi sugli alberi garganici: anche la Foresta Umbra a rischio

Probabilmente tra duecento anni le faggete della Foresta Umbra, patrimonio dell’umanità, non ci saranno più e probabilmente l’Unesco dovrà trovarsi un’altra specie arborea da tutelare. Preoccupa lo stato di salute dei boschi garganici, con un fenomeno che di anno in anno diventa sempre più evidente: il disseccamento precoce delle chiome, prima confinato a pochi esemplari e in zone circoscritte, ora più diffuso, per fortuna senza soluzioni di continuità. L’essiccamento non è solo tra i faggi della Foresta Umbra che soffrono, in modo particolare la siccità e le alte temperature, ieri nell’area «ombrosa» del Gargano c’erano 34 gradi, ma anche in altre zone come Bosco Quarto, tra Cagnano Varano e San Giovanni Rotondo, oppure tra la città di san Pio e Monte sant’Angelo, in una zona recentemente interessata da un devastante incendio. Insomma, dove non distruggono le fiamme, ci pensa la siccità a fare strage di vegetazione sul Gargano.

La macchia bruna

Chi percorre quotidianamente quelle zone ha potuto constatare l’avanzata della marea bruna che, in questa estate torrida e avara di acqua, si sta diffondendo tra gli alberi del Gargano. È come se camminasse sulle chiome, rendendo scuro tutto ciò che tocca, con un cambio di colore che avviene in pochissimi giorni, favorito dalle alte temperature. Si tratta di un fenomeno recente per proporzioni e diffusione, anche perché l’anno scorso aveva fatto ben sperare per una ripresa degli alberi. mentre il 2024 aveva rappresentato un pericoloso campanello di allarme con le zone, soprattutto roverelle e lecci, fortemente colpite a sud di Bosco Quarto e Monte Spigno. La musica, una sorta di requiem alla vegetazione, è cambiata quest’anno, ma soprattutto nelle ultime settimane.

Lo stato attuale

Da luglio, ma soprattutto nel mese di agosto, l’essiccamento si è affacciato con grande prepotenza, costringendo gli alberi ad andare in autodifesa, perché il disseccamento è una risposta estrema di difesa contro la combinazione di siccità e calore prolungato. «Per non disperdere acqua, la pianta chiude gli stomi. La chiusura prolungata blocca la fotosintesi, innescando la cosiddetta “fame di carbonio” (carbon starvation). Contestualmente, la pianta sacrifica l’apparato fogliare per prevenire la rottura dei vasi linfatici (cavitazione ed embolia xilematica)» afferma la guida naturalistica Domenico Antonacci che aggiunge: «Se lo stress si ripete per più annate consecutive, il deperimento può portare alla morte dell’albero».

Gli studi

Il fenomeno non è conosciuto solo dai garganici, ma è oggetto di studio della comunità scientifica, con il professore Michele Innangi, ricercatore del Dipartimento di bioscienze ne territorio dell’Università del Molise, che da tempo studia il fenomeno che, tuttavia, ma non è una consolazione, riguarda anche altre zone della Penisola e del Mediterraneo. «Come muterà l’assetto forestale del Gargano? Come reagiranno le nostre faggete? Quali impatti ci saranno sulla biodiversità e sul rischio incendi (data la biomassa secca)?» si chiede Antonacci che con speranza sottolinea: «La natura sopravvive sempre ed è capace di grandi adattamenti». Insomma, la Foresta Umbra rischia di non avere più i faggeti, ma continuerà a fare ombra al Promontorio in altro modo e con altri nomi.