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Gianna Fratta si racconta: «Ho conquistato il podio restando la donna che volevo essere» – L’INTERVISTA

In “Fortissimo”, la sua autobiografia pubblicata il 22 settembre per Longanesi, la direttrice non racconta i successi. Piuttosto, la sua vocazione

Gianna Fratta si racconta: «Ho conquistato il podio restando la donna che volevo essere» – L’INTERVISTA

Nella sua carriera Gianna Fratta ha suonato e diretto nei principali teatri del mondo, tra cui la Carnegie Hall di New York, il Teatro Coliseo di Buenos Aires, il Teatro Solis di Montevideo. E ancora Seoul, Hong Kong, Praga, San Paolo del Brasile, collaborando con grandi artisti del panorama internazionale.

Tuttavia, in “Fortissimo”, la sua autobiografia pubblicata il 22 settembre per Longanesi, non racconta i successi. Piuttosto, la sua vocazione: quella che l’ha portata a salire sul podio dei direttori d’orchestra con i capelli sciolti, l’abito da donna, facendosi chiamare Maestra. Tra le prime, in Italia e non solo, a pretendere il femminile per una professione da sempre ad appannaggio maschile, anche in grammatica. Stasera, alle ore 18.30, Gianna Fratta presenta il suo libro in anteprima nazionale all’Auditorium Santa Chiara di Foggia, città nella quale opera da decenni come docente e professionista della musica.

C’è quella prima volta a nove anni, l’incontro con un’orchestra dal vivo, a Milano. La piccola Gianna è lì per applaudire il suo maestro di pianoforte e, invece, si innamora di «quell’omino basso» con le bacchette. È così che è cominciata?

«Sì, perché davvero non avevo mai sentito un’orchestra suonare, ne rimasi folgorata. Tuttavia, anziché concentrarmi sul pianoforte, mi colpì la figura del direttore. Essendo ancora una bambina poi, non sapevo che quello era un lavoro che a quei tempi era prettamente maschile, così decisi che volevo stare lì, al suo posto. Fu una di quelle sere che ti cambiano la vita».

Eppure, nel libro si legge che alla vigilia del suo esame d’ammissione al corso per direzione d’orchestra, la giovane Gianna Fratta la prima bacchetta l’ha spezzata. Cos’è successo?

«Accadde in un negozio di musica, dovevo acquistare la bacchetta per sostenere l’esame e il negoziante non considerò minimamente l’idea che una donna potesse comprare una bacchetta per dirigere un’orchestra, era una cosa che non era proprio concepita. Allora scattò qualcosa dentro di me, comprai l’attrezzo e lo spezzai lì, in faccia al negoziante. Avevo preso coscienza che il podio era ad appannaggio ideologico degli uomini. Per fortuna poi, l’esame lo sostenni ugualmente, senza bacchetta».

La sua è una storia di migrazione al contrario, da Nord a Sud: quanto è stato decisivo questo passaggio?

«Io sono una migrante in generale, ho girato molto. Ho avuto una formazione stupenda al Sud, anche al liceo, con insegnanti di qualità. In realtà, sono dell’idea che se gli uomini hanno le gambe e non le radici, è proprio per poter viaggiare e conoscere. Mi sento una persona del Sud, con orgoglio, ma dovunque vada riesco a sentirmi a casa».

Quando ha compreso che poteva e doveva farsi chiamare Maestra, al femminile?

«Come racconto nel libro, per quella decisione devo moltissimo a Piero (Pelù, ex marito di Gianna Fratta, ndr): fu lui a farmi riflettere su questa cosa. A volte, le parole servono proprio a far cambiare qualcosa dentro di noi e io da quel momento ho iniziato a propormi in modo diverso, a salire sul podio vestita diversamente, a pensare che potevo abitare quel metro quadro come una donna, in tutti i sensi, e non come un uomo travestito da donna o una donna travestita da uomo».

C’è anche la passione per l’insegnamento e la soddisfazione di essere, e sentirsi definire, «severa». Quanto conta ancora oggi?

«Insegno da quando avevo diciannove anni e lo faccio ancora con molta passione. Sono severa, è vero, perché penso che la vita sia ancora più severa, così cerco di abituare i miei allievi a quello che sarà il vero mondo del lavoro. Inoltre, sono cresciuta in una famiglia molto didattica perché i miei genitori erano insegnanti, ed è anche per questo che credo di essere un’insegnante accorta. Se ho degli alunni bravi poi, sono pronta combattere per loro, fino alla morte. Ho avuto tanti alunni che adesso lavorano con la musica e questo mi rende molto felice».

Quanto è stato difficile intraprendere un percorso considerato «da uomo» per una donna proveniente dal sud Italia e da una città di provincia come Foggia?

«Non credo sia stato più difficile che altrove. Certo, ci sono luoghi che ti danno opportunità più immediate, ma devi anche andare a cercartele. È stato difficile forse solo logisticamente, ad esempio nel trovare quei grandi maestri che spesso lavorano in conservatori importanti, da Roma in su. A parte ciò, penso che il Sud sia un luogo di grande talento musicale. Tantissimi musicisti italiani sono meridionali, per cui vorrei abbattere questo cliché che al Sud è tutto più difficile: siamo noi che ci costruiamo la nostra vita, dovunque siamo».