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Una riforma per chi? – L’EDITORIALE

Una riforma per chi? – L’EDITORIALE
Il voto finale sulla legge elettorale (foto ANSA)

Hanno cambiato ancora una volta le regole del gioco. Peccato che siano sempre meno gli italiani disposti a giocare. È il paradosso di una riforma elettorale che la maggioranza celebra come una conquista democratica e l’opposizione denuncia come un attentato alla rappresentanza. Nel frattempo, fuori dal Parlamento, milioni di cittadini hanno smesso di votare.

Giorgia Meloni rivendica il ritorno delle preferenze, dopo oltre 30 anni. Vero, solo in parte. I capilista restano bloccati e i nomi tra cui scegliere li decideranno le segreterie dei partiti. Una libertà di scelta condizionata. Meglio di niente? Forse. Ma non è una rivoluzione democratica.

Il centrosinistra grida allo scandalo, ma con poca credibilità quando dimentica le occasioni avute, e sprecate, per restituire davvero agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti.

Il problema, però, è persino più grande. Mentre la politica si divide su premi di maggioranza, soglie di sbarramento e capilista, il Paese si divide tra chi ancora crede nel voto e chi non ne vede più il senso.

All’Italia servirebbe non una nuova formula per distribuire i seggi, ma una politica capace di riconquistare la fiducia perduta. Che torni a occuparsi di salari, sanità, lavoro, futuro. Che ascolti prima di chiedere consenso.

Basterebbe guardare agli olivicoltori pugliesi, scesi in piazza per difendere il proprio lavoro e il futuro di un intero settore. Mentre a Roma si discute di come conquistare un seggio in più, qui si lotta per non perdere tutto. E forse è proprio questa la distanza che la politica dovrebbe preoccuparsi di colmare.