Ne “La peste” di Albert Camus l’epidemia arriva quasi senza farsi riconoscere. Gli abitanti di Orano, improvvisamente separati dal resto del mondo, scoprono quanto fragile fosse quella normalità che avevano considerato immutabile.
Dopo aver conosciuto l’esperienza della pandemia, bastano alcuni giorni di proteste e blocchi stradali in Puglia perché quella sensazione torni a farsi strada: gli scaffali dei supermercati cominciano a svuotarsi e molti distributori restano senza carburante. Intanto, a migliaia di chilometri di distanza, gli attacchi russi ai porti ucraini del Mar Nero ostacolano le esportazioni di grano, con ripercussioni sui mercati internazionali.
Crisi diverse per cause e dimensioni, ma accomunate dalla stessa evidenza: basta interrompere un anello della catena degli approvvigionamenti perché l’economia globalizzata riveli tutta la propria vulnerabilità.
E c’è qualcosa di paradossale nel fatto che questa fragilità si manifesti proprio in Puglia. Una regione che vanta una straordinaria varietà di risorse agricole. Il sistema che collega la produzione al consumo si inceppa. Perché produrre molto non significa necessariamente poter consumare ciò che si produce. Quanto del cibo prodotto in Puglia resta effettivamente in Puglia? Quanto prende la strada dei mercati nazionali ed esteri e quanto ritorna sulle nostre tavole dopo essere passato attraverso piattaforme logistiche e stabilimenti situati altrove? È una domanda che riguarda la sicurezza economica di un territorio, non soltanto la sua capacità di competere sui mercati. E non implica affatto rinunciare alla globalizzazione, che rappresenta una straordinaria opportunità di crescita per le imprese pugliesi. Significa piuttosto chiedersi se, nella ricerca della massima efficienza, non abbiamo trascurato la necessità di conservare una ragionevole autonomia nella disponibilità dei beni essenziali.
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