Sapete qual è il paradosso? È che, alla fine, tutti vogliono la stessa cosa. Gli operai che difendono il proprio posto di lavoro e i cittadini che chiedono di chiudere l’Ilva. Vogliono vivere, lavorare, crescere i propri figli senza la paura di ammalarsi. Possibile che sia così difficile capirlo?
Eppure, da decenni, la politica continua a raccontare Taranto come una città divisa tra chi vuole lavorare e chi vuole respirare. Un’assurdità.
Come se gli operai non respirassero la stessa aria, non avessero famiglie, non fossero essi stessi cittadini di Taranto. È su questa falsa contrapposizione che si regge un teatrino diventato insopportabile.
Tavoli, vertici, accordi, piani industriali, promesse di decarbonizzazione. Cambiano i governi (nazionale e regionale), cambiano i ministri, cambiano le ricette. Non cambia il risultato. Si perde tempo. E intanto Taranto continua a pagare.
Ieri il sindaco non era in piazza. Ha firmato un accordo che punta sulla continuità produttiva e sulla decarbonizzazione. Ma ha capito cosa ha firmato? E ha capito cosa gli stanno chiedendo i suoi concittadini? Gli chiedono un futuro, non l’ennesima promessa sul futuro dell’Ilva. E invece siamo ancora qui a discutere di nazionalizzazione, decarbonizzazione, nuovi piani industriali. Ma di che cosa stiamo parlando?
Il problema non è trovare un altro modo per tenere in vita l’Ilva. È trovare un altro futuro per Taranto. Chiudere l’Ilva non significa condannare gli operai alla disoccupazione. Significa pretendere dallo Stato un futuro per loro e per la città. Lavoro vero, bonifiche vere, alternative vere. Perché il problema non è scegliere tra la salute e il lavoro. È che la politica continua a imporre questa scelta per non avere il coraggio di farne un’altra. Basta perdere tempo. Taranto ha già aspettato troppo. Chiudetela.
