Prosegue con il secondo «movimento» la pubblicazione domenicale di alcuni estratti dalle conferenze del ciclo “I Giorni di Bari”. La rassegna, coprodotta da Libreria Laterza e Fondazione Teatro Petruzzelli, ha ospitato il 10 giugno lo storico Luigi Mascilli Migliorini
Carlo di Borbone. Ferdinando di Borbone. Può sembrare una premessa lontana, e invece è il punto da cui partire per raccontare quella che stasera chiamiamo «La svolta». Parola impegnativa, che significa qualche cosa se si capisce qual è la curva che si è fatta. E ci aiutano questi due sovrani, perché prima di arrivare ai protagonisti, Giuseppe e Gioacchino, bisogna raccontare qualcosa che viene prima. Hanno fatto tante cose, non è qui l’occasione per parlarne. Ne fanno una ciascuno, che però è quella giusta per capire la svolta. Carlo fa un trattato di commercio con l’impero turco, con la Porta ottomana. Ferdinando ne fa uno con la Russia. Cose diverse, si direbbe. No, non sono tanto diverse, perché guardano allo stesso spazio, hanno lo stesso significato: il Mediterraneo. Un Mediterraneo che non è più quello di una volta. Un Mediterraneo chiuso, da cui tutto il Mezzogiorno spagnolo si era dovuto in qualche modo difendere. Anche sulla costa di Bari, sulla costa pugliese, siamo pieni di torri di avvistamento, perché questo mare era diventato un pericolo. Quelle torri servivano per la difesa, dunque ci eravamo chiusi dentro. Il Regno di Napoli, o se preferite il viceregno spagnolo di Napoli, aveva cercato di sviluppare un’economia, una vita che prescindesse dal mare. Sembra quasi una bestemmia, pensando ai giorni nostri, in cui il Mediterraneo sembra invece la risorsa, quasi la bacchetta magica per risolvere tutti i nostri problemi. Vera o falsa che sia questa idea, certamente il Mediterraneo fino a quel momento era rimasto chiuso: chiuso per gli equilibri generali, chiuso perché le scorrerie dei cosiddetti pirati barbareschi rendevano praticamente impossibile un commercio che non fosse poco più o poco meno del commercio di cabotaggio lungo la linea di costa. Ma avventurarsi nel mare, fosse quello più vasto del Tirreno, fosse quello vagamente più controllabile dell’Adriatico, non se ne parlava proprio. Non se ne parlava fino al momento in cui Carlo, per il suo, e Ferdinando, per il suo, decidono di vedere le novità che stanno accadendo tutto intorno. La Russia cresce, prima con Pietro il Grande, poi con Caterina II, diventa una potenza non proprio mediterranea, si deve accontentare del Mar Nero, ma dichiaratamente volta al Mediterraneo. A questa visione si accompagnava una bella carica antiottomana, a cui il Regno di Napoli, borbonico ancora, risponde mettendosi d’accordo commercialmente anche con l’impero ottomano. L’impero ottomano era abbastanza in decadenza, non era più certamente quella forza devastante che nel 1480 era sbarcata qui a Otranto, ma merita un trattato, pensa Ferdinando, perché così il Regno di Napoli si apre rispetto a tutto il mondo che fino a quel momento gli era rimasto chiuso.
L’Adriatico conteso
Se vogliamo parlare di una svolta, questi due sovrani meritano dunque un piccolo prologo. Meritano l’idea che lo scenario dentro il quale arriviamo alla svolta è un teatro abbastanza nuovo. Abbastanza nuovo perché fino a quel momento ci eravamo imprigionati in una dimensione tutta terrestre che aveva profondamente condizionato lo sviluppo sociale ed economico del Mezzogiorno d’Italia, dalla parte tirrenica di Napoli alla parte adriatica di Bari e di tutta la costa. Qualcuno addirittura sostiene che fu quello il momento in cui nacque la cosiddetta questione meridionale: il momento nel quale, non potendo andare per mare, smettevamo di essere commercianti, smettevamo di essere imprenditori, facevamo il mestiere che potevamo fare, cioè sfruttare i grandi vantaggi delle nostre agricolture e poi commerciarle anche, ma sostanzialmente farle commerciare da altri. Nel caso di Bari, della costa pugliese, risalivi un po’ la costa, trovavi Ancona, Ferrara, Ravenna, e affidavi a loro le produzioni: essenzialmente l’olio, un po’ di vino, un po’ di grano. Ma non potevamo fare di più perché eravamo, con le nostre torrette di avvistamento, chiusi, prigionieri di noi stessi e soprattutto di equilibri politici e commerciali che alla metà del Settecento, nel 1780 o più tardi, sono completamente diversi. Questo non significa che le condizioni siano diventate improvvisamente gloriose. Significa anzi che quello spazio adriatico, rimasto sostanzialmente chiuso e monopolizzato da Venezia, diventa uno spazio di competizione. Venezia stessa, poco alla volta, aveva cominciato a imprigionarsi. Rimaneva una grande regina, ma di un mare che non si affacciava molto oltre Leuca. Questo Adriatico aperto presenta una varietà di attori, oggi si direbbe di competitors, che lottano per lo stesso risultato. Così possono aver pensato a Trieste, ad Ancona, a Gallipoli, quasi sicuramente a Molfetta, a Bisceglie, a Barletta e anche a Bari. Tutti sulla soglia di questo passaggio tra Sette e Ottocento, tutti con una grande occasione davanti e con molti competitori. E dunque era svolta: in questo mondo competitivo, alla fine Bari c’è. Qualcun altro non è che non ci sia più, ma non sta più sullo stesso piano. Bari c’è.
Bari in bianco e nero
Una svolta, quindi, che non dipende solamente da una meccanica sovrapposizione tra condizioni generali e sviluppo, ma dal collimare di condizioni totalmente nuove e dalla capacità di sapersi trovare al posto giusto nel momento giusto. Gli storici certe volte sono troppo conseguenziali. Ma casi come quello che raccontiamo, parole come svolta, fanno capire piuttosto quella cosa che raccontava Machiavelli a proposito della fortuna: la fortuna passa e tu devi essere pronto, quando passa, a farti trovare in grado di afferrarla. Nel 1788 Ferdinando fa dipingere a Jakob Philipp Hackert diciassette tele, oggi alla Reggia di Caserta, rappresentanti la serie dei cosiddetti porti del Regno di Napoli. Ci sono Barletta, Molfetta, Gallipoli. Sono tutte molto belle. Solamente che non c’è Bari. Perché non c’è Bari? Perché Bari è poco importante? Perché ad Hackert non è piaciuta? Non lo sappiamo bene. Però questo fa capire che la competizione non si gioca solo con la lontanissima Trieste o con l’adriatica Ancona, ma si gioca a casa, con le altre città della costa adriatica della Puglia. All’inizio sono tutte uguali ai nastri di partenza, anzi forse scendendo verso il Salento luoghi come Gallipoli avevano una quantità di commercio assai superiore a Bari, a Molfetta, a Barletta, a Bisceglie. Qui la competizione è più stretta, perché siamo uno accanto all’altro. E Bari? Bari possiamo dire che è ancora in bianco e nero. I grandi colori di Hackert non l’hanno raggiunta, e ci dobbiamo accontentare dell’incisione nel viaggio di Jean-Claude Richard de Saint-Non, uno dei pochi viaggiatori di quell’epoca che raccontano Bari. Eppure Bari, quando siamo già al 1788, cioè a un passo dal 1789, si presenta con condizioni interessanti, frutto di riflessioni e di gesti storici compiuti dai suoi abitanti. Le statistiche dicono che già in quegli anni Bari è un po’ diversa dalle altre cittadine intorno a sé. Non è capoluogo, non ha il tribunale, ce l’ha Trani. Rispetto alle altre, che si meritano quasi tutte un’etichetta data dagli storici, quella di agrotowns, città agricole, Bari mostra un profilo diverso. Le agrotowns sono città che funzionano sostanzialmente da dormitori: il 70, il 75, il 65 per cento degli abitanti si dichiara contadino. Bari invece mostra di avere il 50 per cento di contadini al proprio interno. Vuol dire che questa città non è solamente agricola.
La ricchezza dell’olio
Inserire semplicemente la parola «produttori» non aiuta, perché produrre, nelle condizioni di una società preindustriale, significa poco. Significa però che a Bari coloro che vivono di commercio sono di più e sono di più perché si stanno inventando cose che altrove non si sono ancora inventate. La trasformazione è lenta, parziale, ma bisogna andare sul grande. Che cosa succedeva, in generale, prima? Soprattutto con l’olio, che non è proprio la monocultura, ma è la grande risorsa di questo territorio in quel momento, la grande ricchezza che si può commerciare. Ognuno faceva per conto suo. Ognuno provava a imbarcare su un barcozzo, perché nave sarebbe già una parola fin troppo impegnativa, questo olio, queste olive talvolta nemmeno ancora spremute, e mandarle là dove venivano lavorate e commerciate. Ogni famiglia che aveva lavorato l’olio, ogni pezzo di terra, andava a vendere il suo olio in condizioni di assoluta autonomia e diversità rispetto agli altri. Il risultato era una debolezza sostanziale. Se fai con piccole quantità, hai un prezzo difficilmente trattabile e quindi non ti arricchisci poi così tanto. I baresi però cominciano ad associarsi, a impedire che il loro commercio si frammenti in tante piccole realtà familiari. Si uniscono, si aggregano e cominciano a capire che se ti presenti con più prodotto, non sei ancora il produttore, però sei un mercante che ha parecchia merce. A quel punto potresti anche fare uno scambio. Potresti non avere tutto indietro in denaro, ma avere merci prodotte altrove, manufatti, e dunque fare uno scambio di olio contro altre cose da commerciare. Il mercante diventa qualcosa di più ricco, non solo nel senso del denaro, ma nelle sue possibilità. Quando torna ha della roba da vendere a Bari, perché sono cose che a Bari non si troverebbero. Questo succede a Bari anche grazie ai rapporti con Napoli, rapporti complessi e complicati, ma importanti. Bari riesce a operare più tempestivamente di altre realtà della Puglia sull’anticipazione di denaro, sul credito. Perché anche questo è un problema: se non hai soldi, le olive te le vendi quando non sono nemmeno nate. Devi avere un po’ di fiato economico alle spalle, qualcuno che ti fa credito, qualcuno che ti dà denaro e ti fa fiducia perché sa che glielo restituirai. Questo circuito virtuoso, cioè usare il denaro attraverso la finanza, Bari si mette in condizioni di realizzarlo. Ancora prima che arrivino Murat, Bonaparte, il borgo murattiano, Bari si è preparata molto bene.
La città stretta
Tutto questo allude al formarsi non di un’identità, parola importante che forse significa poco, ma di una lunga durata, della permanenza di un carattere. Nel 1789 abbiamo un piccolo nucleo di baresi che decidono di scrivere al sovrano Ferdinando e di dire: qui stiamo troppo stretti, non ce la facciamo più. La città vecchia non risponde più, né per motivi igienici, né per sovraffollamento, né per collocazione, alle nostre esigenze. È vero che c’è la punta verso il mare, ma ormai i traffici chiedono altro e anche il porto potrebbe respirare. Questa richiesta non la scrivono a Giuseppe Bonaparte, non la scrivono a Murat, non la scrivono dieci o quindici anni dopo. La scrivono nel 1789, cioè nello stesso momento in cui Hackert sta finendo la serie di porti tra cui quello di Bari non c’è. Per scrivere una cosa di questo genere non servono i grandi padroni della Bari di un tempo, le grandi famiglie la cui principale preoccupazione era correre nella capitale. Questa gente è fatta di baresi, ma baresi borghesi, baresi perché hanno l’idea che qui si può star bene, si possono fare soldi, si può allargare la città, si può vivere in condizioni nuove. I nomi sono ricorrenti. Dentro questa petizione si trovano Michelangelo Signorile, Pompeo Bonazzi, ci saranno i Fanelli: nomi che ritroveremo nei percorsi di vita del mondo murattiano. Quindici anni prima avevano le idee abbastanza chiare, poggiate sullo sviluppo quantitativo, ma soprattutto qualitativo, della città. Quel mondo fa la richiesta e non si sente dire di no. Anzi, si comincia a pensare a come fare questa cosa. Se non che, appena il progetto esce fuori dalle mura della città, cominciano gli ostacoli. Fuori dalle mura c’è il contado, c’è la campagna, che come tutte le campagne di antico regime, è fatta di proprietari terrieri o di proprietà ecclesiastiche. Andare a fare una riforma urbanistica di quelle dimensioni senza avere la possibilità di lavorare sui suoli diventa un’impresa. Il re non ha la forza di imporrsi ai proprietari dei suoli sui quali si dovrebbe fare l’addizione. Questo piccolo incidente di percorso sul progetto di ampliamento della città di Bari parla di un mondo intero, pieno di buona volontà ma impossibilitato ad agire. Quando questa possibilità di agire si determina, ecco che abbiamo la svolta. I baresi erano nelle condizioni, nel 1789, di fare quello che si farà nel 1805. Ma era ancora troppo presto, non perché i baresi fossero indietro, ma perché la storia chiedeva ancora pazienza.
La scelta di Giuseppe
L’entusiasmo per l’arrivo di Giuseppe Bonaparte è strepitoso. Quando Giuseppe viene a visitare Bari riceve accoglienze, fiori che cadono dalle finestre, acclamazioni. Ed è giusto, perché Giuseppe arriva a dare risposta a quelle attese. Non siamo ancora alla questione urbanistica, ma nel 1806 arriva un provvedimento che non guarda solo a Bari: guarda a un riassetto amministrativo moderno dell’intero Regno di Napoli, sul modello francese di creazione di province vaste, quelle che in Francia sono i dipartimenti. Giuseppe riaccorpa, divide, modifica la geografia amministrativa e politica del Regno di Napoli in diciassette province. E come capoluogo della provincia di Terra di Bari non sceglie Trani, non sceglie Altamura, eppure nel 1799 Altamura aveva avuto diritti di eroicità e di resistenza forse maggiori di Bari. Bari aveva avuto il suo Novantanove, certamente, il suo albero della libertà. Però, quando erano arrivate le truppe del cardinale Ruffo, mentre Altamura resiste fin troppo eroicamente, Bari in tre o quattro giorni chiude la partita. Il numero di abitanti di Bari, quando arriva Giuseppe Bonaparte, è calcolabile intorno ai ventimila, e tutte le altre città sono in decelerazione. Quando arriviamo all’Unità, Molfetta avrà venticinquemila abitanti, non molti di più di quelli che aveva cinquant’anni prima; Bari, invece, al momento in cui entra nel Regno unitario, ha cinquantamila abitanti, cioè ha praticamente raddoppiato in mezzo secolo. La scelta di Giuseppe, dunque, non si lascia influenzare dalla maggiore fedeltà agli ideali della rivoluzione manifestata da Altamura e dalla sua resistenza. Giuseppe è più saggio: ascolta le continue insistenze di quel ceto. Pompeo Bonazzi lo ritroviamo ancora una volta; Giuseppe Fanelli, che diventa poi sindaco; tutta gente che sta lì a spingerlo in quella decisione che cambia significativamente la storia: Bari diventa capoluogo della Terra di Bari con l’editto dell’agosto 1806. È una decisione determinante. Significa creare le condizioni, il giusto amalgama tra i due aspetti fondamentali in cui si manifesta in tutta Europa la nuova società che chiamiamo «borghese»: l’esercizio di attività economiche, mercantili, produttive, e l’amministrazione. Queste due anime della borghesia si incontrano a Bari quando diventa capoluogo. Prima viaggiavano separate. All’ombra di Giuseppe e di questa scelta, Bari può cominciare a pensare di diventare una città borghese. Bene dunque i tre volenterosi sindaci, i grandi personaggi della Bari murattiana e napoleonica, ai quali si attribuisce giustamente il merito di essere arrivati alla realizzazione del borgo murattiano. Ma bene anche capire che tutto questo è dovuto a un intreccio: non a una virata improvvisa, ma all’incontrarsi di processi storici, ciascuno dotato di una sua autonomia e di una sua ragione, non necessariamente destinati a incontrarsi e che invece s’incontrano. Giuseppe Bonaparte non fa solo questo. Avvia i lavori della Bari-Lecce, migliora in parte la via Regia delle Puglie, la strada maestra per arrivare da Napoli a Bari. La Bari-Lecce significa che le due Puglie cominciano a dialogare virtuosamente tra loro. Questo è caratteristico dei Napoleonidi: sono grandi costruttori di strade, gente che guarda avanti e sa che le comunicazioni terrestri, ferroviarie, navali sono il sale dello sviluppo economico di qualsiasi area.
Il borgo e lo sguardo
Gioacchino Murat ha tutt’altro piglio e ha anche altri problemi. Arriva a Napoli perché ha sposato una sorella dell’imperatore, ma anche perché non c’è carica di cavalleria guidata da Murat che non sia andata largamente a buon fine. Ma Murat, quando arriva a Napoli, scopre che essere re di Napoli significa una cosa seria: un Mezzogiorno, un grande mondo con cui fare qualche cosa. Per questo è molto più sensibile di Giuseppe. Giuseppe sembra quasi un notaio, un uomo che voleva la vita tranquilla. Murat prende molto sul serio il fatto di essere re di Napoli e capisce bene la situazione. È il re giusto per ricordargli che c’era una vecchia storia, datata 1789, che si chiama allargamento della città di Bari. Bari è ancora più stretta, ancora più affollata, ancora più ricca di prima. Bisogna assolutamente intervenire. Questa volta Gioacchino non ha più intralci. Il passaggio decisivo dell’editto che determina la nascita del borgo murattiano è l’articolo 2: «I beni del Regio Demanio compresi nella pianta del borgo approvato sono donati alla città di Bari; quelli di pertinenza di corporazioni morali saranno censiti alla città; quelli di proprietà di particolari cittadini saranno censiti nello stesso modo, venduti a giusto prezzo alla stessa città, a scelta dei proprietari, a meno che essi non si obblighino a edificare secondo il disegno del borgo». Questo articolo 2 apre materialmente le porte al borgo murattiano. C’erano stati piani precedenti. Ci rimette mano l’ingegnere barese Giuseppe Gimma, che è il genius loci della città, e risolve in maniera significativamente diversa l’impostazione che aveva il piano di quindici anni prima. Quel piano era basato sull’idea di fare uscire letteralmente il borgo antico, la città vecchia, verso il fuori. Con il progetto di Gimma, invece, abbiamo una cosa completamente diversa, quella che ci autorizza a parlare di addizione. Si crea un vero e proprio quadrato, più o meno, tutto fatto di strade ortogonali, che si aggiunge alla città vecchia. Si esce dalle mura. Il punto di congiunzione è tra corso Cavour e corso Vittorio Emanuele. Bari si era fatta trovare preparata nel 1806, forse già prima, e si fa trovare pronta anche nel 1813, quando l’arrivo del 25 aprile di Murat viene raccontato dagli storici in modo epico. Solo la spada del grande condottiero, scrive qualcuno, poteva sciogliere con un colpo tutto il groviglio di interessi e difficoltà che per quindici anni aveva impedito la realizzazione del sogno. Murat quel sogno non lo vede compiuto. Posa una prima pietra, pare con una cazzuola d’argento, e pare che nel fondo dove viene collocata la pietra lasci una gemma, un anello gemmato che aveva al dito. Questo trovarsi pronti si vede anche dopo. Il governo nazionale non sarà mai troppo tenero verso il Mezzogiorno, però un paio di idee le ha. Essendo complicato attraversare l’Appennino con le ferrovie, la cosa migliore è fare due linee nettamente distinte: una lungo la Tirrenica e una lungo l’Adriatica. A quel punto Napoli e Bari cominciano a salutarsi. Il Mezzogiorno adriatico e il Mezzogiorno tirrenico cominceranno a vivere vite separate. Ma non c’è lutto, non c’è vedovanza, perché Bari approfitta di questo per diventare uno dei motori dello sviluppo economico del Mezzogiorno. Così accade anche per l’università. Quando nel 1925, all’estremità opposta di quel borgo nuovo di Murat, c’è un ateneo, finalmente il secondo Ateneo dell’Italia meridionale continentale, quel luogo diventa la dichiarazione di quello che però è già accaduto. Bari non si è piegata, non si è avvilita nella perdita dei Borbone e dello Stato meridionale, ma ha fatto di necessità virtù.
