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Area a caldo: il re è nudo, finalmente

Area a caldo: il re è nudo, finalmente

Molti si chiedono cosa dovesse accadere in caso di marcia indietro dei giudici sulla chiusura dell’area a caldo. La crisi dell’Ilva ci ha abituati al gioco dell’oca.

A 14 anni dal sequestro di altoforni e cokerie (ancora vigente) tuttavia, la situazione è cambiata. Insieme ai provvedimenti che finalmente hanno messo in chiaro se non altro che la salute, anche di un solo bambino, viene prima dell’impresa, il fattore tempo ha giocato un ruolo fondamentale.

Gli impianti sono ormai logori e senza manutenzione. Anche i più strenui difensori dell’area a caldo, «intoccabile e insostituibile architrave dell’industria italiana», sembrano aver abbandonato l’idea di tenerla in vita con l’accanimento terapeutico.

Perfino i grandi acciaieri del Nord, che quantificavano in due miliardi i danni ai laminatoi per la fine dell’acciaio primario di Taranto, si sono sempre fatti avanti per rilevare la sola area a freddo.

Il re è nudo: è svelato il bluff dell’apocalisse industriale, del «va tenuta aperta a tutti i costi». E sono sparite anche quelle voci che volevano gli altoforni accesi per altri 8-10 anni, in attesa di costruire i forni elettrici. Si è passati rapidamente all’idea di una Mini Ilva da 4mila addetti (se va bene) tutta da costruire, in almeno 4 anni e non si sa con quali risorse.

L’alibi della continuità produttiva a ogni costo è crollato. La presunta fine del mondo siderurgico nazionale non si è verificata, forse non esiste.

Esiste però una città, Taranto, che ha pagato tanto sotto il profilo ambientale e sanitario e che ora guarda con preoccupazione ai prossimi anni, in cui ci sarà un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali e bisogno di enormi risorse per la messa in sicurezza e le bonifiche di un’area a caldo da dismettere, comunque, il prima possibile.