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Luca De Gennaro dal Medimex: «Il punk non solo ribellione ma comunicazione»

Luca De Gennaro dal Medimex: «Il punk non solo ribellione ma comunicazione»

Tutti celebrano il punk come una rivoluzione. Luca De Gennaro preferisce smontare le definizioni. Lo incontriamo al Medimex di Taranto, dove si parla di CBGB, Ramones, e di quella stagione irripetibile che, a metà degli anni Settanta, cambiò il volto della musica. Ma basta una domanda per capire che il suo sguardo non è nostalgico. Per De Gennaro il punk non nasce come un semplice gesto di ribellione: è piuttosto una risposta intelligente e organizzata al dominio del mainstream. Da lì il discorso corre veloce verso MTV, TikTok, la tecnologia, la crisi della critica musicale e gli artisti che lo hanno colpito di più in una carriera trascorsa tra concerti, radio e incontri memorabili.

Il punk nasceva per distruggere il sistema. Oggi molti dei suoi protagonisti vengono celebrati nei musei. È una vittoria o una sconfitta?

«Il punk non era solo ribellione. Era soprattutto un movimento di comunicazione. Una trovata molto intelligente da parte di alcuni grandi comunicatori. In Inghilterra c’era Malcolm McLaren, negli Stati Uniti c’era Legs McNeil con la sua Punk Magazine. Era un modo per reagire al successo dilagante del mainstream. Non dimentichiamo che siamo nella metà degli anni Settanta. Esce Rumours dei Fleetwood Mac, che vende decine di milioni di copie. Esce Bat Out of Hell di Meat Loaf. Arriva il fenomeno della disco music con La febbre del sabato sera. C’era un mondo musicale enorme, rassicurante, dominante. A una certa gioventù alternativa tutto questo non piaceva. Il punk nasce anche per quello: per creare un’alternativa».

Oggi i giovani ascoltano ancora il punk?

«Ascoltano sicuramente molta musica che deriva dall’energia del punk. Però bisogna ricordare una cosa: il punk non era un genere musicale. Se pensi alle band del CBGB, trova Blondie, Television, Ramones, Patti Smith e Talking Heads. Sono gruppi diversissimi tra loro. Anche in Inghilterra era così. Sex Pistols, Clash, Stranglers, Damned: mondi differenti. Più che un genere era un movimento di riconoscimento generazionale. Era il desiderio di appartenere a qualcosa di diverso rispetto al mondo dominante».

Lei ha visto nascere MTV e oggi viviamo nell’epoca di TikTok. Quale delle due rivoluzioni ha cambiato davvero il modo di ascoltare musica?

«MTV è stata indubbiamente una rivoluzione. Ha portato la musica in televisione e ha reso la televisione il mezzo principale per conoscere una nuova generazione di artisti. Improvvisamente, per avere successo, bisognava passare da lì. Quello che succede oggi con TikTok è abbastanza simile. Anche questo mondo sta sostituendo i media precedenti. I canali musicali di MTV hanno chiuso ovunque. Da una parte è una resa, dall’altra significa che un’epoca è cambiata».

Le fa effetto vedere quella stagione ormai conclusa?

«No. Ho vissuto completamente l’età dell’oro di MTV. Sarebbe come essere triste perché non esistono più i casellanti. Per anni abbiamo avuto una certa realtà, poi il mondo è cambiato. Quello che mi mette a disagio non è la fine di MTV. È la convinzione che la tecnologia semplifichi la vita. Io penso il contrario».

In che senso?

«La tecnologia è quella cosa che la obbliga a fare da solo il lavoro che prima faceva qualcun altro per lei. Ordinare una pizza, comprare un biglietto del treno, ascoltare musica. Prima c’erano persone che svolgevano quei compiti. Oggi ci dicono che è fantastico fare tutto da soli. Dal punto di vista tecnologico è sicuramente un progresso. Dal punto di vista filosofico è qualcosa che mi lascia perplesso».

Lei frequenta TikTok?

«No. Ogni tanto qualcuno mi dice che un artista è famoso perché funziona su TikTok. Mi sembra quasi una scorciatoia. Come se bastasse quella definizione per spiegare qualsiasi fenomeno. “È forte su TikTok”. Va bene, fidiamoci (ride, ndr)».

Ha visto migliaia di concerti. Riesce ancora a sentirsi un fan?

«Sempre. Quando il concerto mi piace, sono un fan. Quando non mi piace, torna fuori l’operatore e mi chiedo perché sto ancora lì».

L’ultimo concerto che l’ha delusa?

«I Geese. Ne parlavano tutti come della nuova grande sensazione. Li ho visti al Primavera Sound e li ho trovati decisamente mediocri dal vivo. A un certo punto me ne sono andato».

Oggi esiste ancora la critica musicale?

«No. Su questo non ho dubbi. La critica musicale è morta. Un tempo una recensione poteva influenzare davvero le persone. Si leggevano i giornali, si seguivano i critici. Oggi non succede più. Le nuove generazioni leggono pochissimo e una recensione, positiva o negativa, non sposta quasi nulla. In più c’è il problema dei social. Se scrivi che non ti piace un artista con una fanbase molto forte, ti ritrovi immediatamente sommerso dalle reazioni. A quel punto molti si chiedono perché perdere tempo».

C’è un artista che l’ha sorpresa come persona più che come musicista?

«David Crosby. Era una persona dolcissima, gentile, piena di poesia anche nelle conversazioni private. E poi David Bowie. Incontrarlo è stata un’esperienza straordinaria. Aveva qualcosa di quasi sovrumano, ma allo stesso tempo riusciva a metterla completamente a suo agio. La faceva sentire un suo pari, anche se ovviamente non lo era».

Stasera al Medimex arrivano i Pet Shop Boys. Perché vale la pena vederli?

«Perché hanno scritto un repertorio di canzoni straordinarie. Sono melodie che arrivano immediatamente al cuore delle persone. E poi hanno sempre avuto una grande attenzione per la messa in scena. Ho visto un loro concerto qualche anno fa e mi sono divertito moltissimo. Consiglierei a chiunque di andare a vedere i Pet Shop Boys. Si esce con il cuore leggero».