Home » Cultura e Società » Guerra in Medio Oriente, lo storico Pappé: «Israele prossimo al collasso per isolamento e crisi interna»

Guerra in Medio Oriente, lo storico Pappé: «Israele prossimo al collasso per isolamento e crisi interna»

Direttore del Centro europeo per gli studi sulla Palestina dell’Università di Exeter, Pappé ha voluto approfondire il suo libro

Guerra in Medio Oriente, lo storico Pappé: «Israele prossimo al collasso per isolamento e crisi interna»

È stato ospite al festival «Discorsi Mediterranei» che si è svolto sul piazzale antistante la Basilica di Santa Maria De Finibus Terrae a Leuca, Ilan Pappé, tra i più noti intellettuali israeliani contemporanei, autore del libro La fine di Israele pubblicato da Fazi. Professore di Storia all’Istituto di studi arabi e islamici e direttore del Centro europeo per gli studi sulla Palestina dell’Università di Exeter, Pappé ha voluto approfondire alcuni punti chiave del suo libro in questa intervista.

Quando parla della «fine di Israele», si riferisce alla fine di uno Stato, alla fine di un regime o alla fine di un’ideologia?

«Mi riferisco alla possibilità che possa verificarsi una sola di queste eventualità oppure tutte e tre insieme; oltre questo non posso fare previsioni. La differenza tra le tre ipotesi riguarda l’intensità e le modalità del collasso. La fine di un’ideologia può condurre gradualmente a uno Stato più democratico; la caduta di un regime può portare a un nuovo regime all’interno dello stesso Stato; il crollo dello Stato, invece, può dare origine a uno Stato completamente nuovo».

Lei sostiene che il collasso sia già iniziato, ma evita di prevedere quando si compirà. Quali sono gli indicatori che la rendono così certo del processo, pur senza poter indicare una tempistica?

«Non posso prevedere quando accadrà; vorrei poterlo fare, ma nessuno può. Vedo la disgregazione della società ebraica raggiungere livelli di intensità senza precedenti, con un grado di odio e una disponibilità allo scontro destinati soltanto ad aumentare. Vedo un’economia ormai quasi interamente trasformata in economia di guerra e un esercito esausto, che si regge su riservisti costretti a prestare servizio per centinaia di giorni all’anno. Vedo un isolamento internazionale dello Stato sempre più marcato e una nuova generazione di ebrei americani che non vuole più avere nulla a che fare con Israele».

Il libro è stato scritto dopo il 7 ottobre e durante la devastazione di Gaza, eppure lei invita all’ottimismo. Che tipo di speranza è ancora possibile dopo una simile violenza?

«Prima di tutto, se vivi lì, questo è l’unico modo possibile di guardare al futuro. L’ottimismo, per me, non è una scelta: è una necessità esistenziale. Non sono ottimista riguardo al futuro immediato, anzi ne sono profondamente preoccupato. Nutro però speranza nel lungo periodo. Da attivista vorrei trovare il modo di accorciare questo periodo al più breve termine».

Perché ha ritenuto che l’analisi politica non fosse sufficiente e che il libro avesse bisogno anche di una visione narrativa della Palestina nel 2048?

«Credo sia stato Gramsci a dire che non esiste rivoluzione senza immaginazione. Non c’è modo di comprendere davvero le sfide, così come i passi concreti necessari per realizzare una visione che oggi può apparire utopica ai palestinesi o distopica agli israeliani, limitandosi alla sola analisi politica. L’analisi può occuparsi soltanto di ciò che è, non di ciò che temiamo o speriamo possa essere».

Lei descrive Israele come il risultato del tentativo occidentale di imporre uno Stato ebraico in un Paese arabo. Quale responsabilità continua ad avere oggi l’Europa?

«Una responsabilità molto grande. In particolare per il fatto che, dopo l’Olocausto e dopo la Nakba del 1948, gli intellettuali e i politici europei non fecero nulla per cercare di convincere gli ebrei europei che il loro futuro fosse in un’Europa migliore. Preferirono invece mandarli a colonizzare la Palestina».

Come si può parlare della fine del sionismo senza alimentare le paure ebraiche di un annientamento?

«Il libro prende sul serio le paure degli ebrei, ma non sostiene che, a causa di questi timori comprensibili, i palestinesi debbano continuare a essere oppressi, colonizzati, sottoposti a pulizia etnica e a genocidio. Comprendo queste paure e non posso cambiare la storia. Quando uno Stato ha oppresso milioni di persone per così tanto tempo, è naturale che gli oppressori abbiano paura: questo è evidente. Tuttavia credo che l’impulso principale dei palestinesi non sia mai stato la vendetta, bensì il desiderio di una vita normale. E per la maggior parte degli ebrei ciò significherebbe non vivere più come i carcerieri di una prigione, ma come persone ugualmente libere in una Palestina liberata».

Israele è «sull’orlo del precipizio», come recita il titolo originario del suo libro, soprattutto a causa della resistenza palestinese, del collasso interno della società israeliana o dell’esaurimento dell’ordine internazionale che lo ha sostenuto?

«Gli Stati arrivano sull’orlo del collasso attraverso processi distinti, cioè dinamiche che inizialmente sembrano avere poco o nulla in comune. A un certo punto della storia, però, questi processi convergono e si fondono in un evento trasformativo di enorme portata: è allora che lo Stato comincia a crollare. Dunque, la risposta è che concorrono tutti i processi da lei indicati».