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Foggia, una donna e sua figlia allontanate da una libreria: «Perché avevano la pelle scura»

Il racconto di un cittadino originario del capoluogo dauno, residente in Svizzera, di quanto alla moglie cingalese e alla bambina di 12 anni

Foggia, una donna e sua figlia allontanate da una libreria: «Perché avevano la pelle scura»

Doveva essere un ritorno a casa, alle proprie radici, ma si è trasformato in momenti di profonda amarezza. È quanto accaduto a un cittadino originario di Foggia, da circa dieci anni residente in Svizzera, che ha deciso di raccontare quanto vissuto dalla moglie, originaria dello Sri Lanka, e dalla figlia 12enne, due mesi fa nel capoluogo dauno.

Alla donna e alla bambina, stando al racconto dell’uomo, sarebbe stato impedito l’ingresso in una libreria senza alcuna spiegazione da parte del proprietario. Un episodio che, dice ancora il cittadino in un lungo post pubblicato sui social, la moglie e la figlia – la prima ha la pelle scura e la seconda olivastra – hanno vissuto «come razzismo».

«Sono foggiano e vivo da anni in Svizzera. Eppure, ogni volta che torno a Foggia sento ancora le farfalle nello stomaco. È la città nella quale ho trascorso la mia giovinezza, quella dei miei ricordi e di una parte importante della mia vita. Foggia oggi è cambiata e conosco bene le difficoltà che attraversa, ma continua a essere la mia città», scrive l’uomo nel suo post. «Proprio per questo – aggiunge – ciò che è successo alla mia famiglia mi ha ferito particolarmente».

Parte dunque il racconto che, precisa l’autore del post che non vi ha assistito in prima persona, «mi è stato raccontato da entrambe».

Secondo il racconto della donna e della bambina, «quando hanno cercato di entrare nella libreria, il proprietario si sarebbe messo davanti all’ingresso, impedendo loro di entrare e mandandole via con un secco: “Via, via, via”. Nessuna spiegazione. Nessuna possibilità di entrare».

Il cittadino riferisce della delusione della moglie e delle lacrime della figlia. Una situazione che lo avrebbero indotto a recarsi nella libreria per chiedere spiegazioni. «Ero furioso – racconta – e non voglio nascondere nemmeno questo: durante il confronto ho utilizzato parole e insulti pesanti nei confronti del proprietario. Gli ho detto che avrebbe dovuto vergognarsi per quello che aveva fatto, tanto più perché gestisce una libreria, un luogo che dovrebbe rappresentare cultura, conoscenza e apertura. Di fronte alle mie contestazioni, la risposta che continuavo a ricevere era: “Non mi ricordo, non mi ricordo“. È rimasto seduto dietro la sua scrivania, con la testa abbassata. Io, invece, ricordo perfettamente gli occhi di mia figlia».

Nel lungo post, infine, il cittadino originario di Foggia esprime tutta la delusione per l’accaduto soprattutto perché «è successo davanti alla porta di una libreria. I libri – sottolinea – ci permettono di conoscere persone, popoli, culture e mondi diversi dai nostri. Dovrebbero abbattere i pregiudizi, non alimentarli».

E conclude: «Voglio che mia figlia sappia che quello che ha vissuto non deve diventare qualcosa da accettare in silenzio. Foggia è anche la sua città. È la città di suo padre e della sua famiglia. E nessun colore della pelle dovrebbe mai far sentire qualcuno meno benvenuto. Foggia merita di meglio. Ed è proprio perché sono foggiano e amo questa città che sento il dovere di raccontarlo».