Una peritonite non diagnosticata tempestivamente, scambiata per una comune gastroenterite e curata in ritardo fino al decesso per shock settico. A oltre nove anni dai fatti, il Tribunale civile di Brindisi ha riconosciuto la responsabilità sanitaria dell’Asl di Brindisi per la morte di un paziente di cinquant’anni, condannando l’azienda sanitaria locale a risarcire i congiunti della vittima con una cifra superiore a 1,5 milioni di euro.
La tragica vicenda
La drammatica vicenda clinica affonda le radici nell’estate del 2017. Il 18 luglio l’uomo, già gravato da pregresse patologie, si era presentato al pronto soccorso dell’ospedale “Dario Camberlingo” di Francavilla Fontana lamentando acuti dolori addominali. Stando a quanto emerso dagli atti e dalla consulenza tecnica d’ufficio recepita dal giudice, i medici formularono un’iniziale diagnosi di gastroenterite, disponendo il ricovero del paziente dapprima tra i reparti di Ortopedia e Nefrologia. Soltanto dieci giorni dopo il primo accesso, di fronte a un progressivo e drastico peggioramento delle condizioni generali, fu disposto il trasferimento nel reparto di Chirurgia. Il quadro, ormai compromesso, precipitò fino alla morte, sopraggiunta l’11 agosto 2017.
Nelle motivazioni della sentenza, il tribunale evidenzia la presenza di un inequivocabile «nesso di causalità fra l’operato dei sanitari ed il decorso clinico sfavorevole che ha determinato» il decesso, avvenuto «ineludibilmente per shock settico da peritonite stercoracea diffusa, non riconosciuta e inadeguatamente trattata». Il giudice rimarca inoltre come sia «evidente anche a un non esperto della materia che il quadro patologico sia stato ampiamente sottovalutato fin dall’accesso in pronto soccorso», evidenziando ritardi diagnostici, impiego deficitario dei presidi strumentali e una mancata percezione del rischio clinico.
A curare l’azione legale per conto dei familiari è stato il gruppo Giesse Risarcimento Danni. «I casi di responsabilità medica rappresentano percorsi dolorosi e complessi da affrontare per chi li subisce in prima persona», ha sottolineato Giuseppe Vacca, referente del gruppo di tutela dei danneggiati, «e non sempre i cittadini dispongono degli strumenti tecnici o delle nozioni giuridiche adeguate per accertare se vi siano gli estremi per far valere i propri diritti e ottenere giustizia».
