Il presente, crudo e feroce, senza bisogno di inventarlo. Dal 16 ottobre all’8 dicembre il Teatro Margherita ospita la World Press Photo Exhibition 2026, prestigiosa mostra internazionale di fotogiornalismo, che approda nel capoluogo pugliese per il tredicesimo anno consecutivo.
In esposizione 144 scatti di 42 fotografi: guerre, crisi climatiche, migrazioni, diritti, tecnologia e intelligenza artificiale compongono una mappa visiva del nostro presente. L’inaugurazione è in programma venerdì 16 ottobre, alle 17.30, alla presenza, tra gli altri, di Vito Cramarossa, direttore di Cime, realtà che dal 2014 porta a Bari l’appuntamento.
Cramarossa, partiamo dai numeri. Quanti fotografi e quante immagini saranno presenti nell’edizione 2026 della World Press Photo?
«Saranno esposti 144 scatti realizzati da 42 fotografi che raccolgono, come ogni anno, il meglio del fotogiornalismo mondiale, con l’obbiettivo di tutelare la libertà di stampa e mantenere standard internazionali molto precisi».
Molte fotografie raccontano guerre e tragedie. Dove si colloca il confine tra testimonianza e spettacolarizzazione?
«Mostrare un momento di violenza o un’immagine crudele è relativamente semplice: ha un impatto immediato. Il lavoro più difficile consiste nel raccontare la notizia preservando la dignità di chi è rappresentato e rispettando anche chi quelle immagini le guarderà».
Cime porta World Press Photo a Bari da tredici anni. Come è cambiato il rapporto con la città?
«Nel corso degli anni la mostra ha conquistato una fiducia sempre maggiore. Nel 2014 Cime decise di portarla a Bari partendo da una riflessione precisa: più che promuovere un territorio, bisogna renderlo fertile, innovarlo. E sviluppare uno spirito critico, confrontandosi con ciò che accade nel mondo, è uno dei modi migliori per farlo progredire».
Che cosa significa «rendere fertile» un territorio?
«Renderlo più attrattivo e abitabile, creare sostenibilità e prospettive per le nuove generazioni. Dal 2024 siamo ambassador per l’Italia della World Press Photo Foundation e lavoriamo anche a Torino, Genova, Palermo e Napoli».
La mostra viaggia in oltre 120 città di 50 Paesi. Perché la Fondazione continua a puntare su Bari?
«La Fondazione punta innanzitutto su Cime, con cui ha costruito un rapporto di grande fiducia, e attraverso Cime ha scelto Bari. Noi siamo baresi e abbiamo deciso di investire prima di tutto sulla nostra città. L’obiettivo era portare qui il riferimento mondiale del fotogiornalismo, perché un territorio deve potersi confrontare con le migliori realtà internazionali. Ormai ogni anno i cittadini aspettano World Press Photo».
In questa storia ha avuto un ruolo anche il Teatro Margherita.
«Certamente. Il rapporto con World Press Photo si lega anche alla rinascita del Teatro Margherita. Quando riaprì, cercammo subito di contribuire a far rivivere quello spazio. Per noi può rappresentare quell’acceleratore culturale che Bari cerca da molto tempo».
Tra i temi dell’edizione 2026 c’è anche l’IA. Che cosa cambia per il fotogiornalismo?
«Bisogna fare una distinzione fondamentale. L’intelligenza artificiale può generare immagini. Il fotoreporter, però, non produce semplicemente un’immagine: produce una testimonianza, perché era presente in quel luogo e in quel momento. Ciò che realizza diventa un documento che può essere consegnato alla storia».
Possiamo allora dire che la fotografia non morirà mai?
«La testimonianza diretta, e quindi la fotografia intesa in questo senso, non morirà mai. Anche perché fino a quando continueranno a esistere il lavoro dei giornalisti e quello dei fotoreporter, le nostre democrazie avranno ancora ossigeno».
