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Verso il debutto in sala, Strippoli: «Dentro “L’Estranea” c’è la Bari in cui sono cresciuto»

Alla vigilia dell’uscita, l’8 ottobre, il regista coratino racconta il film scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar e riflette su paure e destino

Verso il debutto in sala, Strippoli: «Dentro “L’Estranea” c’è la Bari in cui sono cresciuto»
Paolo Strippoli, regista coratino de L’Estranea (Foto ANSA – Fabio Frustaci)

«L’Estranea comincia a Bari nel 1999, un momento in cui la città in cui sono stato bambino ha vissuto un grande exploit economico e industriale. Una Bari che, per noi nati in provincia, aveva un valore preciso: terreno fertile per raccontare, anche con affetto, personaggi capaci di dire e fare cose discutibili». Parte da qui Paolo Strippoli, regista coratino de L’Estranea, nelle sale dall’8 ottobre dopo l’anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, per spiegare la scelta del luogo e del tempo in cui ha ambientato il suo film.

Oltre le paure

Al centro della pellicola c’è il tema del controllo, declinato attraverso un rapporto tra madre e figlia segnato da aspettative, proiezioni e desideri mancati. Per Strippoli, perderlo rappresenta un vero terrore, pur nella consapevolezza che pensare di poter determinare gli avvenimenti della propria vita sia, in fondo, una grande illusione. Possiamo provare a indirizzare le nostre esistenze, ma la vita accade senza chiedere permesso. Anna Colonna, interpretata da Jasmine Trinca, viene raccontata con satira e, a tratti, con cattiveria.

Eppure Strippoli ammette di riconoscersi molto in lei, soprattutto nella necessità di usare unghie e denti per tenere insieme ciò che rischia di sfuggirle. Anche la scelta di fare il regista nasce, in parte, da qui: dall’illusione che almeno per la durata di una ripresa il mondo davanti alla macchina da presa possa essere governato. Ma c’è qualcosa di lui anche in Alice, la figlia di Anna interpretata da Romana Maggiora Vergano, costretta a misurarsi con un destino che non procede in linea retta e con un futuro che rimane un’incognita. «Sto imparando ad accettare la vita come viene, perché se ti prendi il bello della vita, ti devi pure prendere il brutto, non puoi evitarlo e non puoi scappare. Il film nasce anche con la voglia di mettere queste due parti di me l’una contro l’altra».

La pioggia e l’apocalisse

La pioggia attraversa anche L’Estranea, dopo Piove e La valle dei sorrisi. Nei lavori di Strippoli non è soltanto un elemento atmosferico, ma diventa la proiezione di ciò che attraversano i personaggi: cresce insieme alla tensione tra madre e figlia, fino ad assumere una dimensione quasi apocalittica quando lo scontro diventa inevitabile. Nello stesso gioco di contrasti rientra l’accostamento tra l’euforia collettiva per la vittoria dell’Italia ai Mondiali del 2006 e il dolore privato di Anna Colonna. È un modo per raccontare la tragedia della vita trasformando la festa di un intero Paese in qualcosa di minaccioso: per chi resta fuori dalla felicità generale, chiuso nella propria sofferenza, persino una celebrazione può assumere i contorni di un attacco zombie.

Dare ordine al caos

Anche la scrittura nasce dalla paura. Strippoli porta dentro le storie le proprie inquietudini e affida soprattutto al cinema di genere il compito di trasformarle: «A cosa serve il cinema se non a dare ordine al caos del mondo? Soprattutto con il cinema di genere. Il mondo è caotico, eccessivo e spaventoso proprio perché ogni tanto non lo capiamo. Nel cinema invece puoi mettere delle cose che possono essere bellissime o spaventose in ordine, in modo tale che uno spettatore possa cogliere e imparare qualcosa da ciò che vede». Adesso attende soprattutto il confronto con il pubblico. L’Estranea è stato pensato anche per divertire e, racconta, c’è curiosità nel vedere come gli spettatori reagiranno in sala. Poi c’è la scelta dell’ANICA di indicare L’Estranea per rappresentare l’Italia ai prossimi Oscar. Per Strippoli potrebbe diventare un segnale importante soprattutto per un cinema di genere italiano che, sostiene, ha bisogno di nuovi spazi e nuove possibilità: «Non abbiamo la certezza che possa cambiare qualcosa, ma questo è sicuramente un ottimo segnale per tutti quelli che scrivono e hanno l’ambizione di scrivere storie di genere, la storia ci dirà se questa scelta avrà un impatto a lungo termine».