Chi non conosce, anche solo per sentito dire, il professor Vincenzo Schettini? Il fisico più noto d’Italia, l’oratore più carismatico, l’adorato trascinatore di masse di giovanissimi studenti e adulti, volto tv e social e instancabile divulgatore scientifico. Il docente vola alto con il suo lavoro e ieri pomeriggio, al Teatro Piccinni, in occasione della manifestazione per il benvenuto al nuovo anno scolastico 2026/2027 ha presentato in anteprima nazionale il suo nuovo libro La scuola che verrà. Riflessioni nell’era del cambiamento, Mondadori Electa. La manifestazione, con ingresso gratuito e patrocinata dalla Città Metropolitana e dal Comune di Bari e portata nel capoluogo pugliese dal Libro Possibile Winter, ha visto la partecipazione di diverse autorità.
Professore, entriamo subito nel merito: quale messaggio le piace che arrivi ai lettori del suo ultimo lavoro di scrittura?
«Che per recuperare il senso vero della scuola dobbiamo rimettere al centro della stessa gli esseri umani, a partire dagli insegnanti che sono coloro che ispirano i ragazzi, lasciano un segno nelle loro vite. Sono determinanti non solo per la formazione didattica ma anche per la crescita emotiva».
Una metodologia quella che auspica che si contrappone a quale?
«Abbiamo avuto per anni una scuola che ha messo al centro veri e propri oggetti come schermi, software, arredi, tablet e così via e cosa ha portato tutto questo? Basta guardarsi intorno per trarne le conclusioni».
Il titolo del suo libro è chiaro e la domanda altrettanto schietta: che scuola sarà quella del prossimo futuro?
«Possono esserci due risposte: cosa temo possa accadere e cosa desidero possa accadere. Tra le due preferisco rispondere alla seconda. Mi auguro fortemente che la scuola possa accettare la sfida più importante e cioè quella di mettere al centro del percorso di studio il fare innamorare gli studenti del pensiero critico, perché i contenuti ormai sono dappertutto e a volte sono approssimativi e poco precisi, purtroppo. Il ragionamento, la capacità di analizzare in modo razionale per poi formare un’opinione e prendere una decisione è ben altra cosa ed è preziosa».
Su cosa bisognerebbe puntare invece?
«Su di una scuola che si concentrerà sull’attività del “pensare” appunto e sarà una realtà scolastica che permetterà ai ragazzi di vivere una dimensione diversa della loro giornata, quella in cui ci si confronta con gli altri, si usa la creatività, si immagina il proprio futuro, si impara non per il gusto di collezionare concetti ma per l’opportunità di usarli per diventare persone indipendenti».
Premesso che da oggi in poi l’onda inarrestabile della tecnologia travolgerà tutto, nessun ambito escluso, cosa teme maggiormente nell’era del digitale?
«Temo che l’approccio esponenziale che stanno avendo i giovani all’uso dell’intelligenza artificiale li porti inevitabilmente sempre più a impigrirsi, a svuotarsi, a non avere fantasia, a non pensare a dovere, a non essere capaci di decidere con la propria testa e tutto questo è molto pericoloso ovviamente».
Nel suo libro «La scuola che verrà» ripercorre vent’anni di insegnamento evidenziando l’evoluzione di una generazione cresciuta con gli smartphone. Quale lo scotto più forte? Uno su tutti.
«Il rapporto tra insegnanti e studenti. Questa è una generazione di giovani profondamente diversa da quella precedente ma necessita ugualmente di attenzione. Ha bisogno di essere ascoltata, guidata, compresa. E parlare di ragazzi significa parlare dei mondi che stiamo costruendo intorno a loro».
Che emozione ha provato nel salire sul palco del Teatro Piccinni?
«Sono sempre felice di interagire con i giovani; punto a coinvolgerli, a renderli partecipi, ad incuriosirli e occasioni come queste non possono che riempirmi di gioia».
