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Luna Silvia Dragonieri: «I Mattia Bazar? Anche Callas si sentirebbe dire che non è Antonella Ruggiero» – L’INTERVISTA

La cantante attraversa senza slogan fede, sorellanza, molestie e rapporti di potere nel mondo artistico: «Alle donne insegnano ancora a competere»

Luna Silvia Dragonieri: «I Mattia Bazar? Anche Callas si sentirebbe dire che non è Antonella Ruggiero» – L’INTERVISTA
Luna Silvia Dragonieri, voce dei Matia Bazar e anima del progetto “Tuasorellaminore”(foto di Filippo Tosatto)

Chiacchierare con Luna Silvia Dragonieri fa tornare in mente Harper Valley P.T.A., vecchia canzone scritta da Tom T. Hall e portata al successo da Jeannie C. Riley nel ’68: la storia di una donna che si ritrova davanti al tribunale morale di una piccola comunità e, invece di difendersi, finisce per chiedere conto ai suoi giudici.

Non perché Dragonieri sia quella donna, naturalmente. È qualcosa del modo in cui porta avanti le sue idee, la naturalezza con cui attraversa temi come fede, transfemminismo e potere, senza trasformarle in slogan o confessioni. Tutto solo per ridere, un attimo dopo, del destino quasi impossibile di chi canta nei Matia Bazar. «Anche se tornasse Maria Callas, le direbbero: non sei Antonella Ruggiero». Resta l’impressione di una donna che ha incontrato parecchie volte qualcuno pronto a spiegarle come avrebbe dovuto essere. E che ha imparato a non lasciargli l’ultima parola.

Oggi, alle 20.30, la cantante sarà a Bari, a Santa Teresa dei Maschi, per Notti Sacre Ricercari, con Tuasorellaminore, il suo progetto tra elettronica, voce e musica sacra.

Partiamo da «Tuasorellaminore». Lei prende la musica religiosa e la attraversa con elettronica, loop, voce. Che rapporto ha con il sacro?

«In questo progetto è prima di tutto un rapporto artistico, di ispirazione rispetto a quello che il sacro e la storia delle religioni ci hanno lasciato. C’è naturalmente la tradizione cristiano-cattolica, ma non soltanto: ci sono influenze di altre religioni. Bari, con San Nicola e la convivenza tra rito cattolico e ortodosso, da questo punto di vista è già una città aperta. Il mio rapporto personale con il sacro, invece, è molto intimo. C’è tanta spiritualità nel mio modo di vivere, nel cogliere i segnali, nel prestare attenzione alle energie che ho intorno. Ma non ha molto a che fare con le religioni istituzionali».

Da bambina le piaceva andare al catechismo?

«Assolutamente no. Anzi, credo che nella mia crescita sia stato anche problematico. C’erano imposizioni, regole che sentivo eccessive, un forte senso del giudizio: la sensazione di poter sbagliare, di poter dire una parola fuori posto. E poi c’è tutto il tema dell’omofobia e della transfobia. Per chi non si riconosce naturalmente nell’eteronormatività, un certo tipo di educazione non aiuta. A me non ha aiutato a scoprirmi in modo genuino e reale».

Nel suo progetto tornano sorellanza, inclusione, transfemminismo. Le interessa creare un cortocircuito tra la tradizione religiosa e un mondo molto più contemporaneo?

«Sì, moltissimo. Mi piacerebbe che fosse un ponte tra la cultura in cui siamo nati e cresciuti e il mondo che vorremmo: più inclusivo e più tollerante. Vorrei che potessimo riappropriarci anche dello spazio del sacro, della comunione con il sacro, ma rendendolo attuale, rendendolo nostro. E poi la sorellanza e l’empowerment sono il cuore del progetto. Si crea quasi naturalmente uno spazio sicuro, molto inclusivo. Vengono soprattutto donne. E credo che sia importante, perché culturalmente ci insegnano più a farci la guerra e a competere tra noi che a stare insieme. Invece insieme possiamo essere molto potenti».

Lei oggi si definisce femminista?

«Mi definisco transfemminista. Il femminismo ha molte correnti; io mi riconosco in quello che abbraccia la comunità queer, LGBTQIA+ e l’intersezionalità delle battaglie. Non credo possa esistere una lotta contro i ruoli di genere che non sia anche una lotta per la giustizia sociale».

Ha parlato anche della rivalità tra donne.

«Sì, ma devo dire che personalmente non l’ho vissuta sulla mia pelle. Ho ricevuto moltissimo sostegno dalle donne, anche nella costruzione di questo progetto. Esiste però una cultura che ci insegna a competere: essere più belle, essere più tutto, contenderci quel piccolo spazio che viene concesso alle donne. Io credo esattamente il contrario: dovremmo unirci e crearceli insieme, quegli spazi. Oggi, rispetto a qualche decennio fa, penso che molto del giudizio estetico si sia attenuato. Possiamo vestirci in modi completamente diversi e stare comunque dalla stessa parte».

Con gli uomini, invece, il discorso cambia?

«Nella mia esperienza sì. Ho subito molestie e micromolestie fin da quando ero molto giovane. Crescendo ti rendi conto che alcune cose che allora non sapevi neppure nominare erano abusi o molestie. E nel lavoro artistico ti confronti spesso con uomini che occupano posizioni di potere e possono decidere della tua carriera. Mi è capitato di fare provini o incontrare persone che, alla fine, volevano altro. Però non voglio semplificare: anche gli uomini possono subire molestie. Il problema è uno schema patriarcale che abbiamo interiorizzato tutti, anche le donne, e che andrebbe smantellato per il bene di tutti».

Poi ci sono i Matia Bazar. Entrare in una storia così, dopo voci che hanno segnato la musica italiana, quanto pesa?

«Avevo 26 anni quando sono entrata, quindi ero molto giovane e avevo una percezione del mondo diversa da quella che ho oggi. Però mi sono sentita subito al sicuro: è stato, ed è ancora, uno dei luoghi in cui mi sento sicura come donna. Naturalmente ci sono stati scontri generazionali e musicali: apparteniamo a mondi diversi, io magari volevo andare in una direzione e loro in un’altra. La pressione però esiste, perché il ruolo è quasi impossibile. Dico sempre che anche se tornasse in vita Maria Callas e diventasse la nuova voce dei Matia Bazar, qualcuno le direbbe: “Sì, però non sei Antonella Ruggiero”. Il confronto è inevitabile».

Dopo quasi dieci anni, che capitolo vorrebbe scrivere con loro?

«Mi piacerebbe moltissimo dare il mio contributo. Però io non sono la proprietaria del marchio, sono la voce, quindi l’ultima parola spetta a chi tiene le redini di questo mondo. Ci sono complicazioni legali aperte e io non voglio entrare in certe faide. Mi piacerebbe poter incidere di più sulla direzione futura, ma non so onestamente se sarà possibile, anche perché non è detto che siamo d’accordo su come procedere».