«Ho scelto di denunciare non per fare rumore, ma perché il silenzio non protegge la scuola: fa solo passare il principio inaccettabile che certi comportamenti possano essere tollerati o minimizzati. Un’istituzione autorevole non tace davanti alla sopraffazione, ma reagisce con fermezza. La mia denuncia non è un atto contro la scuola, ma per la scuola». Ha rotto gli indugi con parole nette e accorate Raffaella De Pinto, la maestra di scuola primaria aggredita nell’aprile dello scorso anno da un genitore in un istituto pugliese, intervenuta questa mattina a Roma durante un convegno nazionale promosso dal sindacato Gilda degli Insegnanti.
Al centro del dibattito, l’escalation di violenze verbali e fisiche che sempre più di frequente investe il personale docente e Ata tra le mura scolastiche. Un fenomeno sistemico che, secondo l’insegnante, rischia di essere colpevolmente sottovalutato o relegato a mero fatto di cronaca isolato. «Ci stiamo abituando ai toni esasperati dell’aggressività e all’assoluta mancanza di rispetto», ha sottolineato De Pinto. «Sarebbe fondamentale che questi episodi non venissero liquidati come casi unici, ma inquadrati in un’ottica più ampia e strutturale, per permettere a chi insegna di educare e accompagnare gli studenti senza il terrore costante di ritorsioni».
Rievocando i drammatici istanti dell’aggressione subita a Molfetta, la maestra ha evidenziato il senso di solitudine provato sul campo: «Sono stata aggredita come insegnante e come donna, sono stata umiliata e intimidita. Sul momento non è intervenuto nessuno ad aiutarmi. Ho avuto la fortuna, in seguito, di ricevere il pieno e convinto sostegno del mio dirigente scolastico e tante testimonianze di solidarietà».
Tuttavia, ad emergere è soprattutto il sommerso di una categoria spesso costretta all’omertà dal precariato: «Accanto alla vicinanza, ho raccolto confidenze sconvolgenti da parte di colleghi: c’è chi mi ha confessato “è successo anche a me, ma sono stato in silenzio perché non sono di ruolo”». Un quadro a cui si sommano, ha concluso con amarezza la docente, «i tempi estenuanti della giustizia, ancora troppo lunghi per garantire una reale tutela a chi subisce violenza sul posto di lavoro».
