L’ospedale «Florenzo Jaia» è un edificio imponente che ha rappresentato per molti anni una storia di cure, scelte pubbliche e appartenenza. Gianvito Mastroleo, che ne guidò la crescita, la racconta nel libro “L’ospedale Florenzo Jaia. Non solo memoria della città” (Deste Edizioni), rivolto al futuro della struttura.
Gli appunti, raccolti tra il 2020 e il 2022 e ripresi nell’estate del 2026, restituiscono una stagione di partecipazione civica che l’autore vorrebbe riaccendere. Il volume sarà presentato oggi alle 18.30 nella sala consiliare di Conversano, con il sindaco Giuseppe Lovascio, l’assessore regionale alla Salute Donato Pentassuglia e la presidente della Fondazione Di Vagno Daniela Mazzuca. L’autore chiede risposte alle istituzioni, ma invita anche i cittadini a ritrovare la propria voce.
Nel libro definisce lo «Jaia» un «gigante in disarmo». Il titolo rivendica una memoria che non si esaurisca nella nostalgia. Perché ha deciso proprio adesso di far riemergere ricordi custoditi per decenni, e che cosa rappresenta per lei quell’ospedale?
«Avevo tenuto sepolti nella memoria fatti, occasioni, tutto ciò che era accaduto nella preparazione e durante gli anni nei quali ho personalmente guidato la crescita e lo sviluppo dell’ospedale Florenzo Jaia. Non pensavo che quei ricordi potessero interessare qualcuno. Poi ho ritenuto di doverli riportare alla luce. Parliamo di una struttura con quasi un secolo di storia, legata a Florenzo Jaia, medico e docente universitario già negli anni Venti e Trenta, che contribuì anche a proprie spese all’ampliamento del vecchio ospedale dell’Opera Pia. Vi sono affezionatissimo anche per ragioni personali e familiari. Assistere al suo declino mi procura un dispiacere immenso, soprattutto quando vedo che tra la gente e persino tra gli operatori è subentrata una sorta di rassegnazione. Ho voluto raccontare ciò che è accaduto perché la città torni a interrogarsi sul suo futuro».
Lei si rivolge soprattutto ai giovani: senza memoria, scrive, non c’è futuro. Che lezione consegna quella stagione?
«La storia va raccontata sapendo che lo scenario istituzionale è cambiato radicalmente. Negli anni Sessanta e Settanta le amministrazioni e le comunità locali erano protagoniste delle decisioni sul destino delle strutture sanitarie. Ho vissuto direttamente quella stagione. Con le riforme intervenute dalla fine degli anni Settanta è mutata l’intera organizzazione della sanità. Nel libro chiarisco che, per la parte storica, si tratta di ricordi personali, con possibili imprecisioni e omissioni involontarie, e sono pronto a riconoscerle. Ma rievocare le passioni, le responsabilità e le scelte di allora è un modo indispensabile secondo me per consegnare ai giovani, chiamati domani a governare le istituzioni, la conoscenza delle luci e delle ombre del passato».
Lei denuncia una conseguenza meno visibile della riorganizzazione sanitaria: l’allontanamento dei cittadini dalle decisioni. È questa la frattura che vorrebbe ricomporre?
«È soprattutto questo che mi ha spinto a scrivere. Con il mutamento dello scenario istituzionale si è modificato anche il ruolo della comunità direttamente interessata ai servizi. I processi che riguardano un ospedale sono diventati sempre più burocratizzati e sottratti anche a quel minimo di controllo popolare e democratico che ogni comunità dovrebbe poter esercitare. La centralizzazione ha cambiato tutto rispetto agli anni nei quali erano le istituzioni locali ad avere voce diretta. Perciò ho voluto richiamare l’attenzione su questo passaggio, ma anche tentare di stimolare la comunità e le istituzioni cittadine a partecipare di più, a esigere dalle autorità sanitarie provinciali e regionali un coinvolgimento effettivo nelle decisioni che le riguardano. Il destino di una struttura così importante non dovrebbe sottrarsi al confronto con la città che ne ha accompagnato la storia e continua ad averne bisogno».
La presentazione vedrà la partecipazione dell’assessore Pentassuglia. Nel libro ricorda che la trasformazione in Ospedale di Comunità era stata prospettata già nel 2022. Ora il progetto è al centro di nuove incertezze: quale risposta spera e quali sono gli ostacoli da superare?
«La mia è un’aspettativa più che una speranza: vorrei che l’assessore venisse a dirci che l’Ospedale di Comunità sarà realizzato e, per quanto gli sarà possibile, anche entro quali tempi. Sarebbe un segnale di fiducia alla città e agli operatori. Il problema si trascina almeno da un paio d’anni. Gli Ospedali di Comunità sono stati finanziati con il Pnrr e ora c’è il problema dei termini previsti per attuare i programmi e delle possibili conseguenze delle inadempienze. Non voglio indicare scadenze, proprio questo è uno dei chiarimenti che mi auguro di ottenere. C’è poi la questione del personale: per far funzionare una struttura occorre reperire gli operatori necessari. È uno dei fattori della crisi, anche se ritengo che si stia andando verso una soluzione. L’incontro cade in un momento difficile per la sanità pugliese e, credo, anche per quella di altre regioni: pesano i rapporti con il governo, l’insufficienza del Fondo sanitario nazionale e la ripartizione delle risorse. Per questo auspico una discussione più ampia del mio libro. Già la presenza dell’assessore mi rende soddisfatto: considero raggiunta almeno metà dello scopo che mi ero prefisso. Spero che l’incontro sia anche un’occasione per rasserenare la comunità cittadina di Conversano».
