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Puglia, ricorsi elettorali: pronti tre candidati ancora fuori e due liste rimaste escluse

In attesa dei conteggi definitivi e della proclamazione degli eletti da parte della Corte d’Appello - attesa tra circa un mese - gli esclusi dal riparto dei seggi affilano le armi. Troppe, denunciano, le anomalie emerse sul portale ministeriale «Eligendo»: il sistema avrebbe correttamente attribuito i seggi ai partiti di maggioranza e opposizione, ma avrebbe…
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In attesa dei conteggi definitivi e della proclamazione degli eletti da parte della Corte d’Appello – attesa tra circa un mese – gli esclusi dal riparto dei seggi affilano le armi. Troppe, denunciano, le anomalie emerse sul portale ministeriale «Eligendo»: il sistema avrebbe correttamente attribuito i seggi ai partiti di maggioranza e opposizione, ma avrebbe sbagliato la distribuzione interna tra i candidati. E così almeno due partiti e quattro esclusi eccellenti si preparano a presentare ricorsi. Nella lista «Decaro Presidente» scricchiola l’elezione del foggiano, Giulio Scapato, che secondo le verifiche dei comitati locali avrebbe sottratto il seggio all’ex assessora barese, Francesca Bottalico, pronta a impugnare l’esito. Nella lista «Per la Puglia», invece, l’assessore uscente al Turismo, Gianfranco Lopane, scalpita per un riconteggio: è rimasto fuori per sole nove schede.

Il caos non risparmia il centrodestra. I ricalcoli premiano il barese, Domenico Damascelli, che subentrerebbe al collega della Bat, Andrea Ferri, proclamato eletto dal sito ministeriale. Ma a contestare il risultato sono anche i due partiti finiti clamorosamente fuori dall’assegnazione dei seggi, pur avendo superato lo sbarramento del 4 per cento: «Alleanza Verdi e Sinistra» di Nichi Vendola e «Avanti Popolari» dell’assessore uscente, Gianni Stea, che schierava tre consiglieri uscenti – Ruggero Mennea, Sergio Clemente e Antonio Leoci. Il loro ricorso punta a contestare il metodo di calcolo adottato: la soglia del 4 per cento sarebbe stata determinata sui voti validi ottenuti dal candidato presidente, anziché sulle liste, come previsto per omogeneità statistica. Una scelta che, sostengono, ha alterato la composizione dell’assemblea.

Un pasticcio che, in realtà, si poteva evitare. Nell’ultimo tratto della scorsa legislatura erano state presentate due proposte di riforma della legge elettorale, a giugno 2024 e a gennaio 2025, firmate dal consigliere di Azione, Ruggero Mennea. Il testo prevedeva correttivi cruciali: una nuova distribuzione dei seggi basata sulla popolazione e sulle percentuali dei candidati governatori; l’abbassamento della soglia di sbarramento dal 4 al 2,5 per cento, come avviene in Campania; e l’introduzione del supplente, cioè il subentro automatico del primo dei non eletti quando un consigliere viene nominato assessore.

La riforma, però, è rimasta nei cassetti per oltre un anno e mezzo, bloccata dai veti incrociati dei partiti maggiori, Pd e Fratelli d’Italia, che temevano di perdere peso nei territori. Da qui, la decisione del neogovernatore, Antonio Decaro: la revisione della legge sarà uno dei primi atti della nuova legislatura. Una scelta quasi obbligata, considerando che da due tornate elettorali il caos seggi e la valanga di ricorsi paralizzano la geografia del Consiglio regionale per mesi, rimandando il via effettivo al lavoro politico. Una situazione che sa di déjà vu.

Lo ricorda bene l’ex presidente del Consiglio regionale Onofrio Introna, che visse in prima persona le distorsioni della norma: «C’era un emendamento che avrebbe riequilibrato la rappresentanza territoriale in base alla popolazione, ma fu ritirato all’ultimo istante. Da lì si è aperto il pasticcio attuale. E io fui una delle prime vittime: persi il seggio per una manciata di voti, con l’assegnazione dei resti che sembrava un terno al lotto».

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