Tutte le volte ci stracciamo le vesti e versiamo lacrime di coccodrillo parlando dell’astensionismo e poi a cuor leggero votiamo la cosiddetta norma “anti-sindaci”. Da alcuni decenni abbiamo innestato il pilota automatico della lamentazione per la fuga crescente dei cittadini dai seggi elettorali. Un secondo dopo la chiusura delle urne e fino a quando non si consolidano i risultati ufficiali, i professionisti della disaffezione ci dispensano le loro saccenti diagnosi sulle motivazioni plausibili, quelle contingenti o diversamente strumentali, per spiegarci le mille ragioni che spingono i cittadini a disertare i seggi e rinunciare così al diritto-dovere costituzionale del voto. Poi, ogni volta la processione dei battenti dell’astensione si ritira di buon grado per prepararsi a uscire nuovamente dal santuario all’arrivo della prossima elezione.
Nell’intermezzo di questo pendolarismo, che conquista per qualche ora le aperture dei telegiornali, la home page dei quotidiani o il trending topic delle conversazioni social, dimentichiamo che c’è una responsabilità alla cura che i nostri politici evitano accuratamente di prendersi. Anzi, in molti casi, fanno di tutto per aggravare le condizioni di salute del malato. Nelle ultime tornate elettorali, dalle regionali del 2020 passando per le politiche del 2022 alle recenti europee le percentuali di votanti è passati dal 56% al 43%.
Adesso, già il 56% non è per nulla gratificante, perché detto altrimenti significa che un elettore su due preferisce serenamente fare tutt’altro piuttosto che fare una fila di qualche minuto all’esterno del proprio seggio per poi entrare in cabina e votare. Questa percentuale, poi diventa ancor più drammatica nel caso di elezioni dove è previsto il turno di ballottaggio.
Per le passate amministrative del capoluogo pugliese, giusto per dare qualche numero ufficiale da brivido, al secondo turno per la scelta del sindaco di Bari sono andati a votare il 37,53% dei cittadini: quindi, due su tre hanno delegato per ragioni diversi ad altri questa scelta che impatta poi sulla vita di tutti noi per almeno cinque anni. Sempre più spesso abbiamo rappresentanti istituzionali che prendono decisioni per tutti ma che sono eletti da una sparuta minoranza. Non contenti di questo stato comatoso, i consiglieri regionali hanno pensato bene di dare una ulteriore mazzata approvando e difendendo una norma che impone ai sindaci che volessero candidarsi al Consiglio di dimettersi dai loro incarichi almeno sei mesi prima. Insomma, una stortura che anche il Governo nazionale ha deciso di impugnare.
Al netto di quello che sarà il percorso giuridico-legislativo della norma, ribattezzata come “anti-Decaro” perché mirerebbe a depotenziare nelle ricadute proprio il candidato in pectore del centrosinistra alla Regione che punta a inserire molti sindaci nelle sue liste, ciò che è stato colpevolmente sottovalutato dai consiglieri che l’hanno votato è il portato percettivo di queste scelte. Infatti, già il dibattito che si è polarizzato allarga ulteriormente la distanza tra politica e cittadini, fortifica quel senso di sfiducia verso la classe dirigente preoccupata di tutelare e perpetuare unicamente i suoi privilegi piuttosto che mettere in cima alla lista delle priorità gli interessi delle comunità. A questo primo danno, per essere ancor più pratici, se ne somma un secondo ancora più nefasto. Infatti, se la partecipazione dei sindaci, istituzione in assoluto più vicina all’elettorato, dovesse risultare profondamente amputata da questa previsione normativa, c’è da scommettere che alle prossime regionali la percentuale dei votanti scenderà molto più facilmente sotto la soglia del 50%, alla faccia della democrazia e della buona politica.
Bentornato,
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