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Giorgia Meloni a Parigi, no alle forze militari a Kiev: avanti con la proposta italiana

Sull’invio di truppe italiane sul fronte ucraino la Meloni non transige, ribadendo la sua posizione anche a Parigi durante il vertice dei volenterosi. Seppur non direttamente con sue dichiarazioni ufficiali, la voce della presidente del Consiglio è emersa tra le righe della nota di Palazzo Chigi, rilasciata a termine delle tre ore di colloquio all’Eliseo.

«L’incontro ha permesso di ribadire l’impegno dei partner europei e occidentali per una pace giusta e duratura, che necessita del continuo sostegno all’Ucraina e di garanzie di sicurezza solide e credibili da ritrovare nel contesto euroatlantico» e poi sulle truppe: «Non è prevista alcuna partecipazione nazionale ad una eventuale forza militare sul terreno».

Lavorare con gli Usa

Per la presidente del Consiglio, durante i prossimi incontri per dibattere sul futuro dell’Ucraina, sarebbe necessaria la partecipazione degli Stati Uniti. «Il Presidente Meloni ha sottolineato l’importanza di continuare a lavorare con gli Stati Uniti per fermare il conflitto e raggiungere una pace che assicuri la sovranità e la sicurezza dell’Ucraina – è scritto nella nota – Auspicando il coinvolgimento di una delegazione americana al prossimo incontro di coordinamento».

In merito all’accordo di cessate il fuoco parziale più o meno concordato tra Ucraina e Russia invece la presidente del Consiglio ha proposto di estenderlo anche alle infrastrutture civili, come le scuole e gli ospedali, con lo scopo ultimo di raggiungere una tregua totale.

L’estensione dell’articolo 5

L’unica soluzione, come già anticipato durante il Consiglio dei Ministri preliminare al vertice dei volenterosi, sarebbe quella di estendere l’articolo 5 del Trattato Nato, per consentire quindi la sicurrezza dell’Ucraina, anche senza l’adesione concreta di Kiev all’Alleanza Atlantica. Sull’ipotesi italiana, hanno fatto sapere da Palazzo Chigi, il presidente francese Emmanuel Macron, ha colto l’opportunità per un approfondimento tecnico.

Concordi sulle sanzioni

In merito alla decisione di non sospendere le sanzioni alla Federazione russa è intervenuto il vicepremier Antonio Tajani. «Visto che sui negoziati non è chiara la risposta dei russi, si mantengono le sanzioni alla Russia». Tajani è poi tornato sulla proposta italiana di estendere l’articolo 5 della Nato a Kiev. «Si sta studiando questo, si è deciso di fare tre gruppi di lavoro per approfondire alcune questioni, una di queste è proprio l’articolo 5, poi per la parte militare, e quindi poi vedere la situazione sul campo e le sanzioni».

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La linea italiana al vertice di Parigi: «No all’invio di truppe tra Ucraina e Russia»

Nessuna forza militare sarà inviata al fronte ucraino in una eventuale esercito per garantire la pace tra Kiev e Mosca, a seguito di una tregua. È stato nuovamente ribadito durante il Consiglio dei Ministri a Palazzo Chigi tra la premier Giorgia Meloni, i suoi vice Antonio Tajani e Matteo Salvini e il ministro della Difesa, Guido Crosetto, a poche ore dal vertice di Parigi sulla pace e la sicurezza dell’Ucraina, che vedrà la partecipazione dei cosiddetti volenterosi. Come viene spiegato una nota del governo durante l’incontro a quattro «è stato ribadito l’impegno alla costruzione insieme ai partner europei e occidentali e con gli Stati Uniti di garanzie di sicurezza solide ed efficaci per l’Ucraina che trovino fondamenta nel contesto euroatlantico».

La linea italiana

Più che a una coalizione di eserciti europei il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, come sottolineato più volte, sarebbe più propenso a una missione per conto delle Nazioni Unite. «Ciò anche sulla base di un modello che in parte possa ricalcare quanto previsto dall’articolo 5 del Trattato di Washington, ipotesi che sta riscontrando sempre più interesse tra i partner internazionali», come viene scritto ancora nella nota di Palazzo Chigi.

Cosa aspettarsi dal vertice

Intanto, a Parigi è già arrivato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, in vista della riunione a cui parteciperanno 31 Paesi, tra cui i membri dell’Unione europea e anche della Nato, come Regno Unito, Canada, Norvegia e Turchia. Il vertice, nato sulla spinta del presidente francese, Emmanuel Macron, e del premier britannico, Keir Stamer, ha come obiettivo principale quello di definire le garanzie di sicurezza che i Paesi in questione sono disposti ad offrire, da qui il nome «volenterosi». Stando ad alcune fonti, durante l’incontro, tra le altre cose, sarà anche discusso un trattato di pace da presentare in una fase successiva agli Stati Uniti. Sul tema spinoso dell’invio di truppe di peacekeeping in Ucraina, però, non è solo l’Italia a tentennare, lo fa anche la Polonia del premier Tusk. Una decisione fin da subito sostenuta, invece, da Regno Unito e Francia. Mark Rutte, il segretario della Nato, in ogni caso, ha ribadito la sua posizione a Varsavia: «Se qualcuno pensa, sbagliando, che ci può attaccare senza conseguenze, incontrerà la risposta fiera di questa alleanza, la nostra reazione sarà devastante».

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Dimmi come ti chiami e ti dirò quali sono le tue origini: i cognomi che svelano la storia

Ce lo portiamo dietro dalla nascita, alcuni possono anche suscitare il riso degli astanti altri ricordare mestieri di una volta o soprannomi dati secoli fa al capostipite. Sono i cognomi che, di generazione in generazione, fanno ormai parte della nostra cultura italiana. Basti pensare al più diffuso, come Rossi portato, tra gli altri, dal famoso cantante e dal motociclista, ma anche dallo storico calciatore e dal comico, ma poi Bianchi, Ferrari. Uno studio pubblicato dal portale Preply ha analizzato i cognomi e la loro origine tra le regioni italiane, al fine di comprendere tramite le differenze territoriali le storie e le culture locali che si celano dietro una semplice parola dopo il nome.

I cognomi del Nord Italia

L’origine dei cognomi nelle regioni del Nord Italia è spesso legato a origini toponomastiche o a professioni. In Veneto, ad esempio, c’è Trevisan, legato alla provenienza dalla città di Treviso, mentre Ferrero in Piemonte si riferisce alla professione del fabbro. Deriverebbe dal latino “paratus” (preparato, pronto) il cognome più diffuso in Liguria e cioè Parodi, suggerendo l’associazione con una persona efficiente. Non dalla lingua latina, ma forse da quella dei longobardi avrebbe origine il cognome lombardo Sala, con il significato di “corte o edificio”. In Valle d’Aosta il più diffuso è Valle, derivante dal latino “valles”, con il significato di luogo circondato dai monti o località paludosa.

Nel Centro cognomi iconici

Al di là di Ross», presente in maniera massiccia, in particolare tra Toscana ed Emilia-Romagna, nella prima spicca il cognome Innocenti con il significato di “colui che non nuoce”, mentre nella seconda Montanari, a sottolineare le origini appenniniche della generazione. Nel Lazio e Umbria, invece, tra i più presenti ci sono rispettivamente De Sanctis e Benedetti, entrambi legati a un’origine religiosa.

Religione e storia al Sud

Famoso anche una serie tv molto apprezzata di qualche anno fa, Esposito è il cognome più diffuso in Campania, legato al gesto di cedere in modo del tutto anonimo il figlio o la figlia nella ruota degli esposti, presente in numerosi conventi. Tra i cognomi più presenti in Puglia c’è invece Santoro. Di origine medievale, deriverebbe dal nome medievale “Santorus” o “Sanctorum Omnium”. In Basilicata e Calabria, invece, sarebbero più frequenti rispettivamente Greco, di derivazione forse dall’antica Magna Grecia, e Romeo dal greco “rhomaios”, con il significato di “pellegrino verso Roma”.

I cognomi delle Isole

Se in Sicilia tra i più diffusi compare Messina, legato all’omonima città il cui nome a sua volta deriverebbe dal greco “messene” (curva, falce), in Sardegna figurano invece Piras, Pinna e Sanna, cognomi tutti legati alle caratteristiche fisiche e personali. Sanna per fare un esempio, in sardo starebbe per “zanna o spunzone”, forse legato alla dentatura pronunciata dal capostipite.

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Nuovi dubbi sul decreto sugli autovelox: il Ministero dei Trasporti lo sospende

Regna il caos sul decreto sugli autovelox, dopo che è intervenuta in una sentenza la Corte di Cassazione nell’aprile dello scorso anno. In una nota il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, su indicazione del vicepremier Matteo Salvini, ha deciso di sospendere lo schema di decreto in fase di trasmissione a Bruxelles. Il motivo è che «sarebbero necessari ulteriori approfondimenti».

Cosa prevede la norma

La norma, nelle sue disposizioni transitorie, infatti, stabilisce che dalla prossima estate tutti i dispositivi approvati dal 13 giugno 2017 in poi saranno da ritenersi automaticamente omologati. Una misura avanzata dal governo per porre fine alla raffica di ricorse contro le multe. Il punto nodale della polemica è proprio nell’articolo 6 del decreto in cui si legge infatti che: «i dispositivi o i sistemi approvati secondo quanto previsto dal decreto del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del 13 giugno 2017, essendo conformi alle disposizioni dell’allegato tecnico, sono da ritenersi omologati d’ufficio».

La risposta di Assoutenti

C’è bisogno di aprire un tavolo tecnico sulla questione autovelox, oltre a prevedere forme di conciliazione tra comuni e cittadini. La pensa così Assoutenti, che parla di un possibile «rischio stangata estiva per gli automobilisti». L’associazione ha chiesto di fare chiarezza sul tema, che si trascina ormai da anni. «Il decreto attuativo sarebbe dovuto entrare in vigore già a luglio, regolamentando un settore, quello degli autovelox, dove oggi regna il caos – hanno dichiarato dall’ente – Il rischio concreto ora è una nuova valanga di multe elevate dagli autovelox nei mesi estivi». Secondo alcuni studi citati dall’associazione è proprio in estate che si concentrerebbero gli autovelox lungo le strade italiane più utilizzate dagli automobilisti. «Apparecchi installati più per fare cassa sulla pelle dei cittadini che per garantire effettivamente la sicurezza stradale», è la stoccata di Assoutenti.

Dubbi sugli alcolock

Continua a far discutere anche il decreto sull’alcolock che, già varato nei giorni scorsi, è stato sottoposto al vaglio dell’Unione europea, che dovrà dare il proprio responso entro il 18 giugno, per quindi renderlo operativo ai primi di luglio. Secondo la norma i conducenti condannati per guida in stato di ebbrezza con un tasso alcolemico superiore a 0,8 g/l, una volta riottenuta la patente, a seguito del normale periodo di sospensione, potranno tornare alla guida di un veicolo a motore solo previa installazione di un dispositivo alcolock, con l’obiettivo di impedire l’avviamento del motore nel caso di tasso alcolemico superiore a 0. Per Federcarrozzieri, però, il grande rischio, a tal proposito, risiederebbe proprio nella difficoltà di installare il dispositivo sulle vetture più «anziane», che rappresentano ancora il 22% delle auto circolanti.

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Giornata mondiale dell’acqua, 2 cittadini su 3 contro gli sprechi: i più attenti sono i giovani


L’Istat, in occasione della giornata mondiale dell’acqua, istituita dalle Nazioni Unite nel 1992, ha pubblicato un resoconto sul tema («Le statistiche dell’acqua – Anni 2020-2024), circoscrivendo i problemi da affrontare riguardo all’uso corretto delle risorse idriche.

L’acqua del rubinetto

Stando ai dati dell’istituto di statistica gli italiani sarebbero ancora restii a bere l’acqua del rubinetto, basti pensare che soltanto nel 2024 le famiglie che hanno dichiarato di non fidarsi di berla sono state quasi il 29%. Un dato stabile rispetto all’anno precedente, ma che in generale segue un trend in diminuzione rispetto anche a venti anni fa. La fiducia è però ripartita tra le aree territoriali dello Stivale, a partire dal Nord-Est in cui i nuclei familiari non hanno timore di bere l’acqua dal rubinetto, fino ai valori più alti, nelle regioni del Sud, in primis in Sicilia (essenzialmente la metà delle famiglie intervistate), poi la Sardegna (48,2%) e infine la Calabria (circa il 40%).

Il caso del Mezzogiorno

Dati che confermano ancora una volta un distacco netto tra alcune aree del Mezzogiorno e il resto dell’Italia. Nel 2023, circa un terzo dei capoluoghi di provincia del Mezzogiorno, 14 Comuni in sostanza, ha adottato misure di razionamento nella distribuzione dell’acqua potabile, con riduzioni o sospensioni dell’erogazione idrica. Tra le cause, all’interno del report, è citata «la forte obsolenza della rete infrastrutturale idrica», nonché le temperature superiori alle medie climatiche e le riduzioni delle portate degli invasi.

L’allaccio alla rete fognaria

Un altro problema sollevata dal report dell’Istat è quello dell’allaccio alla rete fognaria. Nonostante si stima che nove abitanti su 10 ne siano provvisti, restano fuori però 6,6 milioni di residenti. Dati che fanno dell’Italia il nono tra i 27 Paesi dell’Unione europea per percentuale di popolazione collegata alla rete, dietro Lussemburgo, Paesi Bassi, Malta e Spagna.

Anche in questo caso è la Sicilia ad avere i valori più bassi a livello regionale, con un valore di 76,5% dei residenti con il servizio fognario. Un dato che si fa più allarmante che si prendono in considerazione le province, con la città metropolitana di Catania in fondo alla classifica, con una copertura del servizio fognaria del 35,8%.

Le preoccupazioni dei giovani

Tra le preoccupazioni che più premono le varie generazioni ci sono sicuramente il cambiamento climatico, ma anche l’inquinamento delle acque. Il 28,5% degli intervistati dai 14 anni in su ha dichiarato di aver timore per il dissesto idrogeologico e quindi per alluvioni, valanghe o frane. Un valore che sala di quattro punti percentuali tra le persone con più di 55 anni.

Sul versante inquinamento delle acque, invece, sono i giovani a preoccuparsene di più. Nel 2024, il 40,3% degli individui tra 14 e 24 anni si è detto preoccupato per il problema, in particolar modo quando è legato alle falde acquifere. Nella nuova generazione si sta diffondendo, inoltre, una maggiore attenzione contro lo spreco di acqua, frutto di una maggiore consapevolezza.

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Dal Consiglio europeo pieno sostegno all’Ucraina, ma senza l’Ungheria

Nella prima delle due giornate di Consiglio europeo nella capitale belga, i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi membri dell’Unione europea hanno discusso sulle questioni inerenti al sostegno militare a Kiev. Diversamente dagli anni precedenti in cui si cercava in tutti i modi di arrivare all’unanimità nelle conclusioni in questo Consiglio, così come in quello straordinario di due settimane fa, si è raggiunto un accordo a 26, andando oltre l’opposizione dell’Ungheria. «Il Consiglio europeo ribadisce il suo continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale».

La pace attraverso la forza

Nel documento finale firmata dai 26 si è ribadito quindi l’impegno europeo nel fornire nuovi e consistenti aiuti finanziari e militari per ottenere «una pace globale, giusta e duratura, accompagnata da solide e credibili garanzie di sicurezza» al fine di un futuro ingresso all’interno dell’Unione europea. Durante l’incontro, a tal proposito, è stato elogiato il contributo avanzato dalla cosiddetta coalizione dei volenterosi, il cui vertice tra i capi Stato maggiore si è svolto in contemporanea a Londra.

L’intervento di Zelensky

Quello del presidente ucraino al Consiglio europeo è stato un intervento breve in cui ha rimarcato la necessità da parte europea dell’invio di munizioni per un valore di 5 miliardi. «Il vostro sostegno all’Ucraina non diminuisca, ma continui e cresca, in particolare per la difesa aerea e l’assistenza militare – ha dichiatato Zelensky entrando poi nel merito della difesa comune – L’Europa ha bisogno di indipendenza tecnologica, anche nella produzione di armi, tutto ciò che serve per proteggere il continente deve essere prodotto qui, in Europa. Dobbiamo lavorare insieme su questo». 5 miliardi appunto, non 40 come chiesto alla cancellerie dall’Alto rappresentante per la politica estera europea, Kaja Kallas.

Sui colloqui di pace

In un passaggio della conclusione della prima giornata del Consiglio si è accennato ai colloqui in corso tra Trump, Putin e lo stesso Zelensky al fine di giungere inizialmente a una tregua dei combattimenti. Questi ultimi sono stati accolti con favore dai capi di Stato e di governo europei, che però, stando a fonti diplomatiche comunitarie, non credono al momento che siano in corso veri negoziati. «Siamo a favore della dichiarazione di Ucraina e Stati Uniti a seguito del loro incontro in Arabia Saudita – si legge nella conclusione a 26 – invitamo la Russia a mostrare una reale volontà politica per porre fine alla guerra».

La posizione di Orban

Il veto ungherese, come detto, non rappresenta una novità negli annali delle votazioni al Consiglio europeo, questa volta però Budapest ha chiarito meglio le sue posizioni, in netto contrasto con quelle europee. «Cosa è successo negli ultimi tre anni? Abbiamo interrotto la cooperazione pragmatica economica ed energetica con la Russia, cosa che ci è costata un sacco di soldi – ha chiarito il consigliere politico del presidente magiaro, Balasz Orban – Abbiamo iniziato la guerra commerciale contro la Cina. E ora abbiamo uno scontro basato sulle relazioni commerciali e l’ideologia con la nuova leadership degli Stati Uniti». E in merito alla nuova strategia di isolamento del dissidente nel firmare le conclusioni del Consiglio ha detto: «Noi ungheresi tolleriamo i disaccordi all’interno dell’Unione Europea, ma questa strategia non ci porta da nessuna parte».

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Conflitto russo-ucraino: per Zelensky la pace sarà raggiunta entro la fine dell’anno

«Siamo sulla buona strada», ha affermato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a seguito del colloquio telefonico con l’omologo ucraino, Volodymyr Zelensky. Su Truth il Tycoon ha scritto che «gran parte della discussione si è basata sulla telefonata fatta con il presidente Putin per allineare Russia e Ucraina in termini di richieste ed esigenze». Ma non solo, a leggere il resoconto pubblicato a seguito delle conversazione.

Sull’intelligence condivisa

Dalla Casa Bianca hanno confermato che le informazioni di intelligence continueranno ad essere condivise con Kiev. Zelensky, dal canto suo, pubblicando il resoconto del colloquio telefonico con il presidente Usa, ha confermato la disponibilità dell’Ucraina a portare avanti un cessate il fuoco di trenta giorni limitato su infrastrutture energetiche e altre infrastrutture civili, ma avrebbe anche chiesto alla controparte americana ulteriori sistemi di difesa aerea per proteggere i civili, in particolare i Patriot. Una proposta accettata dagli Stati Uniti, come confermato in una nota dal segretario di Stato Usa, Marco Rubio, e il consigliere alla sicurezza nazionale, Mike Waltz.

Proprio sul tema delle infrastrutture, però, sarebbe sorto un disguido tra le richieste russe e quelle ucraine, tra le prime pronte solo a una tregua sugli impianti dell’energia e non su quelle civili. In ogni caso Zelensky è fiducioso per il futuro della trattativa per una pace duratura. «Crediamo che insieme, all’America, al presidente Trump e sotto la guida americana, si possa raggiungere una pace duratura quest’anno», ha scritto su X il presidente ucraino, convinto dei prossimi passi verso ulteriori colloqui per estendere il cessate il fuoco al Mar Nero e infine su tutto il territorio.

L’accordo sulle terre rare

«Siamo andati oltre il semplice quadro sull’accordo economico sui minerali – ha ribadito la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt – concentrandoci prima su un cessate il fuoco parziale e poi verso una tregua completa che porti pace in questo conflitto». Donald Trump, però, nel corso della conversazione telefonica ha ventilato la possibilità del controllo statunitense delle centrali elettriche ucraine. «La proprietà americana di queste centrali rappresenterebbe la migliore protezione per questo tipo di infrastrutture e il miglior supporto per l’energia ucraina», si legge in una nota della Casa Bianca.

I prossimi incontri

Il futuro della guerra o della pace tra Russia e Ucraina si deciderà domenica prossima in Arabia Saudita, anche se Zelensky ha confermato che l’Ucraina non parteciperà ai colloqui nella città di Gedda tra i negoziatori della Casa Bianca e quelli del Cremlino, ma in quelli futuri. «Il presidente vuole comprendere appieno il contenuto del colloquio tra Trump e Putin per trarne delle conclusioni», ha affermato il consigliere di Zelensky, Mykhailo Podolyak. Per Kiev è quindi utile continuare a lavorare insieme per creare le condizioni per un cessate il fuoco completo. L’Arabia Saudita potrebbe essere anche la sede di un eventuale incontro tra Putin e Trump, come ribadito da Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, anche se al momento non ci sono ancora dettagli specifici né sui temi né sulla sede del vertice.

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Guerra Russia-Ucraina, Putin vuole la pace ma alle sue condizioni: il colloquio con Trump

Dopo quasi tre ore di colloquio telefonico tra il presidente americano, Donald Trump, e il suo omologo russo, Vladimir Putin, si è arrivati a un primo accordo su un cessate il fuoco parziale di 30 giorni sugli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine. Un patto che sarà rispettato, se onorato anche dalla controparte, come ha sottolineato l’agenzia di stampa russa Tass. Casa Bianca e Cremlino hanno concordato di tenere durante le prossime settimane «negoziati tecnici» su una tregua marittima sul Mar Nero, fino a un dialogo per un cessate il fuoco completo e una pace permanente.

«La mia conversazione telefonica di oggi con il Presidente russo Putin è stata molto buona e produttiva – ha scritto sul suo social Truth il presidente Usa -Abbiamo concordato un immediato cessate il fuoco su tutte le centrali energetiche e le infrastrutture, con l’intesa che lavoreremo rapidamente per avere un cessate il fuoco completo e, in definitiva, la fine di questa orribile guerra tra Russia e Ucraina». Trump ha poi aggiunto che la guerra non sarebbe mai iniziata con lui alla presidenza.

I dubbi sollevati da Putin

Il capo del Cremlino, dal canto suo, ha avanzato una serie di richieste per arrivare ad una tregua completa. Il primo punto è quello più problematico. Putin ha chiesto l’interruzione dell’invio degli aiuti militari a Kiev, oltre alla condivisione delle informazioni di intelligence. Due mosse, in realtà, già previste, e poi rientrate, dal Tycoon dopo il tragico colloquio sulle terre rare alla Casa Bianca con Zelensky.

Putin ha informato Trump anche di uno scambio di 175 prigionieri russi in cambio di altrettanti ucraini previsto già nelle prossime ore. In una nota trasmessa dal Cremlino è emerso un certo nervosismo nei confronti di Zelensky. «Sono emersi gravi rischi legati all’incapacità di negoziare del regime di Kiev, che ha ripetutamente sabotato e violato gli accordi raggiunti», ha chiarito il presidente russo.

L’accordo Usa-Ucraina

Nella scorsa settimana gli Stati Uniti e l’Ucraina avevano intavolato una prima proposta di tregua, che prevedeva un cessate il fuoco, non parziale ma completo, sempre della durata di 30 giorni. Se Zelensky aveva inizialmente sposato l’idea, Putin invece aveva soltanto preso tempo, avanzando numerose questioni, che a dire il vero anche questa volta sono state presentate, forte dell’avanzata russa nel Kursk.

Le parole di Zelensky

Già nelle scorse settimane il presidente ucraino aveva rimproverato al capo del Cremlino questa sua titubanza nell’accettare l’accordo concordato dagli Usa. In queste ore, in visita ufficiale in Finlandia, ha ribadito l’appello rivolto ai Paesi europei per «il rafforzamento delle sanzioni e il coordinamento degli sforzi per una conclusione dignitosa della guerra». Riguardo al ruolo svolto dall’Europa nelle future trattative di pace con la Russia, invece, Zelensky ha chiarito.

«L’Europa deve essere presente al tavolo delle trattative e tutto ciò che riguarda la sicurezza deve essere deciso insieme all’Europa». Dal capo di gabinetto del governo di Kiev, fanno sapere, in ogni caso, che non accetteranno né una riduzione delle forze armate, né il riconoscimento di territori temporaneamente nelle mani della Russia.

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Il premier britannico Starmer ai volenterosi: «Diamo all’Ucraina le forze per difendersi»

Sostegno militare e finanziario all’Ucraina oltre a un’eventuale missione di peacekeeping, in caso di cessate il fuoco con la controparte russa. Sono stati questi i temi al centro delle due ore di colloquio in videoconferenza tra il premier britannico, Keith Starmer e gli omologhi dei Paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, tranne l’Ungheria di Orban.

Ma non solo, a prendere parte alla riunione dei cosiddetti “volenterosi” si sono collegati anche i vertici dell’Ue, Costa e Von der Leyen della Nato con Rutte e i capi di governo di Ucraina, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Quella di Londra è stata definita una riunione «work in progress» per gettare le basi in vista dell’inizio delle operazioni, una fase del vertice non ancora completa visto l’ulteriore incontro previsto per giovedì prossimo a livelli di vertici militari.

Verso una fase operativa

«È tempo che le armi tacciano e che cessino gli attacchi barbarici della Russia in Ucraina – ha affermato il premier – Il mondo ha però bisogno di azione, non di parole vuote o di condizioni». Nell’eventualità di un cessate il fuoco in Ucraina dev’esserci un ampio e forte sistema di monitoraggio. «Abbiamo riaffermato il nostro impegno per la sicurezza a lungo termine dell’Ucraina e concordato sul fatto che l’Ucraina deve essere in grado di difendersi e scoraggiare le future aggressioni russe».

Sulla posizione della Russia

Il premier britannico, durante la conferenza stampa a margine del vertice, è poi tornato a criticare la posizione del presidente russo Vladimir Putin riguardo al tira e molla sulla tregua di 30 giorni avanzata da Ucraina e Stati Uniti. «Il completo disprezzo del Cremlino per la proposta del cessate il fuoco serve solo a dimostrare che Putin non è serio sulla pace – ha dichiarato Starmer – Sta cercando di ritardare, dicendo che ci deve essere uno studio scrupoloso prima, ma il mondo ha bisogno di vedere l’azione, non parole vuote o condizioni inutili».

Per Starmer e il gruppo dei «volenterosi», insomma, è necessario mantenere la pressione sul Cremlino per portarlo al tavolo delle trattative, in un modo o nell’altro. «Il presidente Trump ha offerto a Putin la via da seguire per una pace duratura. Ora dobbiamo renderla realtà», ha concluso.

La versione europea

Antonio Costa e Ursula von der Leyen, in rappresentanza di Consiglio e Commissione europea, hanno ribadito l’impegno affinché Kiev sia forte nei negoziati. «L’incontro virtuale di oggi è servito a valutare i progressi dopo i colloqui tenutosi a Gedda, ora la Russia deve dimostrare la volontà nel fermare la guerra», ha affermato Costa. «Sosterremo il rafforzamento dell’Ucraina e delle sue forze armate con la nostra strategia dell’istrice», ha dichiarato la presidente della Commissione. Una mossa per armare sempre più Kiev come monito per Putin.

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Maltempo, continua l’allerta rossa in Toscana. Paura dopo l’alluvione in Emilia Romagna

Continua l’allerta rossa per rischio idraulico in Toscana, in particolare nelle province di Firenze, Prato, Pistoia e Pisa. Nel capoluogo di regione resteranno ancora chiuse le scuole, così come i musei, i parchi e i cantieri per la giornata di oggi, mentre a Prato, Calenzano e Campi Bisenzio saranno chiuse tutte anche le attività, come imprese e negozi. Sono stati più di 500 gli interventi dei vigili del fuoco dall’inizio del maltempo con l’impiego di 175 automezzi e due elicotteri, oltre a numerose evacuazioni in molte città toscane. Ieri, in serata, è arrivata anche la firma del decreto dello stato di mobilitazione straordinaria, come chiesto dal presidente della Regione, Eugenio Giani, al ministro della Protezione civile, Nello Musumeci. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intanto, ha espresso tutta la sua vicinanza alla gente colpita dal maltempo, ringraziando le forze dell’ordine e i soccorritori.

ll livello dei fiumi

A spaventare in particolar modo è il livello dei fiumi. Sorvegliato speciale è l’Arno, a Firenze e a Pisa, in particolare dove ha raggiunto il picco dell’ondata di piena durante la scorsa notte. A Pontedera è stato aperto lo scolmatore della Regione Toscana per cercare di alleggerire la portato del corso d’acqua, così come sono entrate in funzione le casse di espansione del bacino di Roffia. La portata dell’Arno, come ha fatto sapere Giani sui social, ha raggiunto nelle scorse 2mila metri cubi al secondo nella città di Empoli. A Pisa, sul lungarno, fin dalla mattinata i militari della Folgore sono intervenuti per il montaggio delle paratie.

Le situazioni più complesse

A due anni dall’alluvione che l’aveva colpita duramente, Campi Bisenzio, nell’hinterland fiorentino, è stata tra i comuni più colpiti dal maltempo. Una persona, ritenuta dispersa, è stata poi ritrovata nel pomeriggio. Il fiume Bisenzio, che ha superato il secondo livello di guardia, ha reso impossibile la normale attività quotidiana tanto che il primo cittadino, Andrea Tagliaferri, ha invitato «i cittadini a salire ai piani alti, abbandonare garage e seminterrati». Ma è a Sesto Fiorentino, che però si è registrata la situazione più critica, a causa dell’esondazione del torrente Rimaggio, che ha provocato l’allagamento di strade e piazze, trasformate in un colpo in fiumi in piena. Testimone d’eccezione, suo malgrado, è stato anche il cantante Piero Pelù, il cui studio di registrazione è finito sott’acqua. «Lo studio è completamente allagata, per fortuna nessuno pare si sia fatto male, sono saltati tutti i tombini», ha detto il rocker toscano sui social. Il torrente, rientrato nei ranghi solo in serata, ha provocato anche l’allagamento della cripta della centrale pieve di San Martino. A Calenzano, invece, la scorsa notte a causa delle piogge battenti è crollato il muro di contenimento di un terreno, mentre stava transitando un furgone, che è stato sepolto parzialmente dalla frana. Conducente e passeggero si sono salvati, riuscendo a uscire dal veicolo, riportando solo alcune ferite leggere. Situazione problematica anche per gli allevamenti nel Mugello, come ha fatto sapere Coldiretti, in particolare in un’azienda zootecnica di Vicchio, sempre nel Fiorentino, dove gli animali hanno rischiato di essere travolti dall’acqua esondata dal corso d’acqua vicino.

In Emilia Romagna

La pioggia incessante delle scorse ore ha colpito duramente anche l’Emilia-Romagna, già al centro di vari eventi alluvionali negli ultimi anni. Uno scenario mutato tempestivamente, rispetto a quello che era previsto. A creare allarme, in particolare, è stato il livello del fiume Lamone che, da quanto dichiarato dalla Regione, ha raggiunto «livelli di piena senza precedenti». La scorsa serata, il fiume ha raggiunto lo stato di piena nella città di Faenza, nel Ravennate, per poi proseguire nei territori di Bagnacavallo e Russi.

La mobilitazione nazionale

Le abitazioni a ridosso del corso d’acqua sono state fatte evacuare, mentre l’Esercito è stato chiamato per aiutare le autorità locali nel liberare i ponti dall’accumulo di legname e detriti e quindi garantire il corretto deflusso delle acque. Si sono registrate esondazioni e case allagate anche in prossimità del fiume a Brisighella. Così come in Toscana, anche per l’Emilia-Romagna, il ministro della Protezione Civile, Nello Musumeci, ha disposto lo stato di mobilitazione straordinario. È il terzo decreto nel giro di poche ore, dopo quello disposto a supporto delle istituzioni impegnate nell’area dei Campi Flegrei. «La criticità maggiore rimane quella del fiume Lamone – ha affermato il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale – Anche se abbiamo registrato superamenti di soglia anche nel bacino del Reno e su altri fiumi romagnoli». Dopo la firma del decreto sono arrivati a Faenza quindici operatori della Protezione civile del Trentino, in risposta all’allerta idraulica diramata dalla Regione.

Frane e smottamenti

Nel Bolognese la situazione è rimasta sotto controllo, con piccoli smottamenti, frane e alcuni allagamenti contenuti. Ieri le scuole nel capoluogo di regione erano state chiuse in via precauzionale, oggi invece rimarranno aperte, così come centri sportivi, piscine, cimiteri e mercati. Resta invece, in vigore, il divieto di permanenza nei parchi e nelle aree verdi cittadine e collinari. Alcune evacuazioni preventive sono state effettuate nei territori nei dintorni di Bologna, in particolare nel comune di San Lazzaro di Savena. Anche a Imola, a causa di una frana sono state evacuate 35 persone.

Il piano contro le alluvioni

Il mese scorso era stato presentato dal governatore della Regione, De Michele, insieme all’Anbi (Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni), il nuovo piano di gestione dell’acqua e della prevenzione contro gli allagamenti. Misure di prevenzione resesi sempre più necessarie viste le ultime alluvioni che hanno devastato il territorio, come quella della primavera del 2023 e quella dello scorso settembre. Eventi ravvicinati nel tempo, per i quali sono andati in fumo miliardi di euro, per ovviare ai danni tra abitazioni, strade, aziende e campi coltivati. S.D.

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