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Nuove famiglie crescono, ora è tempo di ascoltarle

La famiglia non è un santino da incorniciare, ma un organismo vivo che respira, cambia, sanguina. Eppure in Italia ne veneriamo ancora una versione imbalsamata mentre la realtà esplode sotto i nostri occhi: il 30% delle unioni va in frantumi, le coppie di fatto sono raddoppiate in un decennio e oltre un terzo dei bambini nasce fuori dal matrimonio. Numeri che urlano una verità scomoda: la famiglia “tradizionale” è diventata l’eccezione, non la regola.

Continuiamo a parlare di “famiglia” come fosse un monolite sacro, ignorando brutalmente la metamorfosi in atto. Le famiglie monoparentali – spesso madri sole – vengono abbandonate a se stesse, mentre quelle omogenitoriali restano intrappolate in un limbo di diritti negati e pregiudizi. Dietro questa resistenza al cambiamento si nasconde una paura ancestrale: riconoscere che gli affetti possono esistere al di fuori degli schemi tradizionali, significherebbe ammettere che il nostro stesso modello di riferimento è solo una delle tante possibilità.

Le proiezioni Istat disegnano un futuro inequivocabile: entro il 2043 avremo 27 milioni di famiglie (+930mila rispetto al 2023), ma sempre più piccole e frammentate. Il numero medio di componenti precipiterà da 2,25 a 2,08 persone. Quasi il 43% saranno “famiglie senza nuclei” – persone sole – contro il 38,3% attuale. Invecchiamento, crollo delle nascite e matrimoni che implodono stanno ridisegnando il panorama demografico italiano, eppure le nostre istituzioni sembrano incapaci di adattarsi a questa nuova realtà.

Le nostre politiche familiari? Un paradosso tragicomico. A volte si tratta di misure pensate per un modello familiare in via d’estinzione, che ignorano sistematicamente le nuove configurazioni, perpetuando disuguaglianze e abbandonando chi avrebbe bisogno di più sostegno. Bonus e agevolazioni privilegiano ancora il matrimonio tradizionale, mentre le famiglie “non convenzionali” devono navigare in un labirinto burocratico per ottenere riconoscimenti che dovrebbero essere automatici.

La cogenitorialità – diritto fondamentale dei bambini/e a mantenere legami stabili con entrambi i genitori dopo una separazione – in Italia resta una chimera giuridica. Mentre i Paesi Bassi riconoscono legalmente quattro genitori e la Svezia introduce congedi genitoriali neutri di 480 giorni da dividere liberamente, noi ci trasciniamo tra accordi informali e tribunali congestionati. Il risultato? Un sistema che trasforma i bambini in pedine di giochi di potere e rivalsa tra adulti, ignorando che la vera famiglia sopravvive anche alla fine dell’amore romantico (almeno si spera).

Eppure la scienza parla chiaro: i figli di separati con cogenitorialità effettiva sviluppano il 40% in meno di disturbi ansiosi. Cresce sano chi può contare su una rete affettiva solida, non chi vive in una “famiglia tradizionale” disfunzionale. La vera domanda non dovrebbe essere “qual è la forma giusta di famiglia?”, ma “questa famiglia è capace di amore, rispetto e sostegno reciproco?”.

È tempo di smettere di giudicare e iniziare ad ascoltare. Ascoltare le storie delle famiglie ricostituite, dove nuovi legami si intrecciano con quelli precedenti creando reti di supporto complesse. Ascoltare le famiglie adottive, che dimostrano come la genitorialità non sia questione di Dna ma di cuore. Ascoltare le famiglie omogenitoriali, che spesso devono dimostrare il doppio della competenza genitoriale per ottenere metà del riconoscimento. L’amore non ha bisogno di certificati per poter essere ritenuto autentico a tutti gli effetti.

Finché continueremo a misurare la famiglia “in carta bollata” anziché in abbracci e presenza, resteremo prigionieri di un’illusione ormai abbondantemente superata. Un modello che forse, a ben guardare, non è mai veramente esistito se non nelle cartoline ingiallite di un passato mitizzato, dove il prezzo dell’apparente stabilità era spesso il silenzio su innumerevoli e atroci sofferenze personali.

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Il lavoro femminile? Conviene a tutto il territorio, non solo alle donne

Se volessimo parlare dell’occupazione femminile in Puglia a oggi potremmo basarci sui dati del periodo 2020/2024 e fare delle stime ed elaborazioni, pur non avendo ancora report precisi. Ma tutto questo ci permette di dire innanzitutto che il tasso di occupazione femminile in Puglia si attesta al 38,5%, un valore in crescita rispetto al 2024 (37,2%), ma ancora inferiore alla media nazionale (51,2%). In secondo luogo, il divario salariale di genere, calcolato come differenza percentuale tra la retribuzione media oraria degli uomini e quella delle donne, è pari al 12,3%, un dato che evidenzia una persistente disparità retributiva a parità di mansioni e competenze. Infine, solo il 28% delle posizioni di leadership (dirigenti, quadri, responsabili di unità organizzative) sono ricoperte da donne.

Per affrontare queste sfide, oggi ci saranno due eventi che vogliono evidenziare l’impegno, nel pubblico così come nel privato, a potenziare e valorizzare ulteriormente le buone pratiche e le politiche inclusive. In Fiera del Levante si terrà l’evento conclusivo del percorso “Genere e Inclusione”, promosso da Anci Puglia e finalizzato a creare una rete virtuosa tra le amministrazioni locali. Questo progetto, che ha coinvolto attivamente tutti i Comuni pugliesi, mira a promuovere la condivisione di buone pratiche e l’adozione di politiche inclusive. L’evento finale rappresenta un’occasione importante per presentare i risultati raggiunti e per definire nuove strategie per il futuro. L’obiettivo è quello di creare un fil rouge tra le amministrazioni locali, attraverso la condivisione di azioni e pratiche virtuose per la redazione di atti e per la gestione dei servizi pubblici, con un’attenzione particolare alla parità di genere e all’inclusione sociale.

Nel pomeriggio, a Corato, la biblioteca comunale “M.R. Imbriani” ospita un evento dedicato alla certificazione UNI/PdR 125:2022, uno strumento innovativo verso il quale serve sensibilizzare e far crescere l’interesse delle aziende pubbliche e private che desiderano valutare e migliorare le proprie politiche in materia di parità di genere. È importante illustrare i vantaggi che la certificazione può portare, sia in termini di miglioramento dell’ambiente lavorativo che di accesso a incentivi e agevolazioni fiscali, oltre che la possibilità di richiedere il voucher messo a disposizione da Unioncamere fino al 18 aprile per le pmi che intendono intraprendere il percorso di certificazione.

Investire nella valorizzazione del talento femminile, così come delle persone in generale, vuol dire dotarsi di strumenti per affrontare le sfide del mercato globale. La Puglia, attraverso questi appuntamenti, si dimostra pronta, attenta e desiderosa di dare l’esempio. L’attuazione di pratiche innovative e attività di grande impatto non sono solo un segnale di cambiamento, ma un modello da portare con orgoglio nei tavoli nazionali.

Un bell’esempio di Sud!

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La Cig non basta per l’industria: servono un piano e infrastrutture

Il mercato del lavoro italiano, a marzo 2025, è attraversato da dinamiche contrastanti. Da un lato, il boom occupazionale ha portato il numero di occupati a livelli record; dall’altro, persistono crisi settoriali e regionali, con il Sud che continua a soffrire fragilità strutturali. La chimica e la siderurgia, settori chiave per l’economia meridionale, sono in bilico: si stima che oltre 30mila posti siano a rischio tra chiusure e riconversioni mancate.

Questo scenario riflette le profonde disparità territoriali e le sfide che il Paese deve affrontare. Secondo i dati Istat pubblicati il 4 marzo 2025, a gennaio il numero di occupati ha raggiunto i 24,2 milioni, con un aumento di 145mila unità rispetto al mese precedente e di oltre 500mila rispetto a gennaio 2024. Il tasso di occupazione ha toccato il 62,8%, il livello più alto mai registrato. L’incremento ha coinvolto uomini e donne, lavoratori dipendenti e autonomi, con una crescita significativa nella fascia d’età 25-34 anni (+0,9 punti percentuali). Tuttavia, la ripresa è trainata soprattutto dagli over 50, che rappresentano il 94% dell’aumento annuo. Al contrario, la fascia 35-49 anni continua a soffrire una riduzione sia in termini assoluti (-39mila unità) sia nel tasso di occupazione (-0,2 punti).

Nonostante questi numeri incoraggianti, il Sud vive una realtà molto diversa. Nel settore siderurgico, l’accordo siglato per l’ex Ilva di Taranto ha prorogato la cassa integrazione straordinaria per altri 13 mesi per oltre 3mila lavoratori. Questo intervento temporaneo evita licenziamenti immediati ma non risolve le difficoltà strutturali dello stabilimento, che ha visto ridurre gli obiettivi produttivi a soli 4 milioni di tonnellate per il 2025. Anche il comparto chimico è in crisi: l’aumento dei costi energetici e la pressione normativa legata alla transizione ecologica mettono a rischio migliaia di posti di lavoro. Sebbene il tasso di disoccupazione giovanile nazionale sia sceso al 18,7% (-0,3 punti rispetto al mese precedente), nel Sud i numeri restano drammaticamente più alti. Le opportunità per i giovani sono ancora limitate rispetto al Centro-Nord, nonostante programmi come “Resto al Sud” abbiano incentivato l’imprenditorialità giovanile. Il boom occupazionale registrato a livello nazionale non deve far dimenticare le fragilità strutturali del mercato del lavoro italiano. La crescita è sostenuta soprattutto dai contratti a tempo indeterminato (+60mila unità solo a gennaio), ma non si traduce ancora in un miglioramento significativo della produttività o del Pil nazionale, fermo al +0,7% nel 2024. Inoltre, l’Italia resta fanalino di coda in Europa per tasso di occupazione femminile e giovanile.

Di fronte a questo scenario complesso, è evidente che soluzioni temporanee come le proroghe della cassa integrazione non bastano. Il Sud ha bisogno di interventi strutturali: piani industriali capaci di rilanciare settori strategici come la siderurgia e la chimica attraverso investimenti in innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale. Nel caso dell’ex Ilva, ad esempio, sarebbe cruciale accelerare la transizione verso tecnologie verdi per rendere competitiva la produzione italiana sul mercato europeo. Ma non basta agire sui settori in crisi: è necessario anche creare nuove opportunità per i giovani e valorizzare le competenze locali. Le risorse del Pnrr devono essere utilizzate con maggiore efficacia per colmare i divari infrastrutturali e favorire investimenti privati nelle aree più svantaggiate. Continuare a rimandare decisioni strategiche significa prolungare l’agonia dei settori in difficoltà e condannare intere generazioni a un futuro precario. È tempo di garantire stabilità e sviluppo all’intera economia del nostro Paese.

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Maschere, carri e satira: tutta la magia del Carnevale di Putignano

Il Carnevale, festa millenaria, non è solo un’esplosione di colori e allegria, ma un potente strumento di riflessione sociale. Dietro le maschere e i coriandoli si cela un’opportunità unica di esaminare criticamente la nostra realtà, ribaltando gerarchie e convenzioni.

La maschera, paradossalmente, diventa un mezzo per rivelare il nostro vero io, permettendoci di esplorare aspetti altrimenti repressi. Indossare una maschera durante il Carnevale non significa necessariamente nascondersi, ma piuttosto rivelare aspetti di sé altrimenti celati nella quotidianità. Come ci insegna la storia di Tancredi, che al Carnevale scelse di mostrarsi per quello che era veramente, la maschera può diventare un potente strumento di autenticità. Questa leggerezza non è superficialità, ma un approccio disarmante per affrontare temi profondi.

Il Carnevale svolge una funzione psicologica e sociale fondamentale, permettendo alle persone di “impazzire” una volta l’anno, come recita l’antico detto latino “semel in anno licet insanire”. Il Sud Italia custodisce alcuni dei carnevali più significativi e ricchi di storia. Ad Acireale, in Sicilia, i carri infiorati e le maschere satiriche incarnano l’arte della critica sociale. In Calabria, il Carnevale di Alessandria del Carretto celebra la tradizione con i Pulcinella belli e brutti, simboli di un’antica cultura popolare.

Il Carnevale di Putignano, con le sue radici che affondano nel lontano 1394, è una manifestazione che incarna l’essenza stessa della festa più colorata dell’anno. Nato come celebrazione per l’arrivo delle reliquie di Santo Stefano Protomartire, si è evoluto nel tempo diventando uno dei carnevali più lunghi e antichi d’Europa.

La storia si intreccia con la leggenda: durante la processione per il trasferimento delle reliquie, i contadini locali, impegnati nell’innesto delle viti con la tecnica della “propaggine”, si unirono festosamente al corteo. Nacque così la Festa delle Propaggini, che ancora oggi segna l’inizio del Carnevale il 26 dicembre, con recite satiriche in dialetto locale che criticano eventi politici e sociali dell’anno trascorso.

La maschera simbolo di Putignano è Farinella, il cui nome deriva dall’omonima pietanza locale. Il suo costume multicolore rappresenta l’essenza stessa della festa: un mix di tradizione e innovazione, di critica sociale e puro divertimento.

La creazione dei carri allegorici, non solo a Putignano ma in tutti i grandi carnevali, richiede mesi di lavoro e una profonda riflessione sulla realtà contemporanea. Ogni maschera, ogni carro, è il risultato di un processo creativo che unisce artigianato e pensiero critico. Il Carnevale diventa così un’arena dove discutere temi attuali, dalla politica all’ambiente, usando il linguaggio universale dell’umorismo e il bisogno di leggerezza diventa sempre più pressante. Ci ricorda l’importanza di non prendersi troppo sul serio, di saper ridere di noi stessi e delle nostre contraddizioni. Questo non significa ignorare i problemi, ma affrontarli con una prospettiva più ampia.

Il Carnevale ci sfida a guardare oltre le apparenze, a cercare la verità dietro le maschere – quelle che indossiamo durante la festa e quelle che portiamo nella vita di tutti i giorni. Ci invita a riflettere su chi siamo veramente, al di là dei ruoli sociali che ci vengono imposti.

La vita è troppo breve per non concedersi, di tanto in tanto, il lusso di una risata liberatoria e di uno sguardo ironico sul mondo. Perché, come ci insegna la saggezza popolare, “a Carnevale ogni scherzo vale”.

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Shopping? Magari aiuta a liberarsi ma la felicità è un’altra cosa

Ah, la vita moderna! Ci ritroviamo a scrutare ogni minimo dettaglio delle nostre esistenze come se fossimo dei detective alla ricerca del colpevole della nostra infelicità. Ma forse, e dico forse, stiamo esagerando un pochino? C’è una scena che mi torna spesso in mente: io, dopo una giornata storta, che entro in un negozio con l’unico obiettivo di comprarmi qualcosa – qualsiasi cosa – per tirarmi su. La commessa mi sorride, io prendo un maglione che non mi serve davvero, ma che sembra promettere un po’ di pace mentale. E per un attimo, funziona. Mi sento meglio, più leggera. Poi, tornando a casa, guardo il maglione e mi chiedo: era davvero questo quello che mi serviva?

Eccoci qui, a dissezionare ogni nostro gesto quotidiano come se fosse un’opera d’arte contemporanea. Compriamo un maglione? Dev’essere per colmare un vuoto esistenziale. Ci scappa una parolaccia? Sicuramente è un meccanismo di difesa psicologico. Ma non sarà che a volte un maglione è solo un maglione e una parolaccia è solo… beh, una parolaccia? Certo, lo shopping può essere terapeutico. Lo dice la scienza, quindi dev’essere vero, no? Uno studio pubblicato sul Journal of Consumer Psychology ha dimostrato che comprare qualcosa – anche se piccolo – può davvero migliorare l’umore. Ma attenzione: passare dal “mi compro un gelato perché ho avuto una giornata pesante” al “ho appena ipotecato casa per una borsa firmata perché mi sentivo giù” è un attimo. E poi, diciamocelo, l’unica cosa che si sgonfia davvero dopo una sessione di shopping sfrenato è la carta di credito.

E che dire delle parolacce? Apparentemente, imprecare ci renderebbe più resistenti al dolore. Uno studio della Keele University pubblicato su NeuroReport ha dimostrato che le parolacce possono aumentare la tolleranza al dolore fisico del 30%. Fantastico! Finalmente una scusa per trasformare ogni conversazione in un monologo da scaricatore di porto. Immaginate la scena: vi schiacciate un dito e invece di urlare come persone normali, vi lanciate in un’elaborata dissertazione di parolacce degna di un premio Nobel per la creatività linguistica.

Ma fermiamoci un attimo. Davvero abbiamo bisogno di analizzare ogni nostro respiro? Forse, e dico forse, stiamo perdendo di vista il quadro generale. Viviamo in un’epoca in cui tutto dev’essere “mindful”. Mangiare mindful, respirare mindful, persino andare in bagno mindful. Ma non sarà che a forza di essere così consapevoli stiamo diventando inconsapevoli della vita stessa? Più cerchiamo la felicità, più ci sfugge. È come cercare di afferrare una saponetta bagnata: più ci proviamo, più ci scivola via. Forse la vera felicità sta proprio nel non cercarla ossessivamente.

Quindi, cosa possiamo imparare da tutto questo? Forse che è ora di prenderci un po’ meno sul serio, ma senza dimenticare il rispetto per gli altri e per noi stessi. Sì, lo shopping può farci sentire meglio momentaneamente. E sì, una bella parolaccia può essere liberatoria. Ma non trasformiamoli in una scienza esatta o in un’abitudine irresponsabile. Usare le parolacce per alleviare il dolore va bene, ma farlo in pubblico o dirigerle verso qualcuno è tutt’altra storia.

La vera domanda è: che direzione vogliamo dare alla nostra vita? Possiamo continuare a cercare soluzioni rapide, affidandoci a gesti che ci fanno sentire meglio per un attimo. Oppure possiamo fermarci, riflettere e chiederci cosa possiamo fare per trovare un benessere più duraturo con consapevolezza. La scelta sta a noi. Per quanto mi riguarda punto sullo shopping, qualcosa che da sempre mi crea appagamento e soddisfazione, per buona pace della carta di credito.

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La parità di genere? Non solo diritti ma anche doveri e impegno quotidiano

Lo scorso 4 febbraio ha preso il via il percorso formativo Genere e Inclusione: i Comuni fanno la differenza, promosso da Anci Puglia con il supporto dell’ente Sosor. Si tratta di un’iniziativa che non si limita a sensibilizzare sul tema della parità di genere, ma punta a costruire una cultura condivisa del rispetto e dell’inclusione all’interno delle amministrazioni locali. Questo progetto rappresenta l’inizio di un cammino che vuole coinvolgere sempre più realtà territoriali, per rendere la Puglia un modello di riferimento su queste tematiche.

Questo percorso non parla solo di diritti, ma anche di doveri. Doveri come quello di ascoltare davvero, di mettersi in discussione, di lavorare insieme per costruire un futuro migliore. Quando si parla di parità di genere, infatti, non si tratta solo di garantire uguaglianza formale, ma di creare le condizioni affinché nessuno si senta escluso o invisibile. È un impegno che richiede volontà, responsabilità e la capacità di tradurre le parole in azioni concrete.

Le prime giornate formative, già svoltesi nelle sedi di Foggia, Bari e Lecce, hanno visto una partecipazione attiva e interessata da parte di amministratrici, amministratori e dipendenti comunali. I moduli affrontano temi chiave per integrare una prospettiva inclusiva nelle politiche locali: dalla comunicazione rispettosa al bilancio di genere, passando per la redazione di atti amministrativi sensibili alle differenze e il diritto antidiscriminatorio. Ogni incontro è stato pensato come uno spazio di confronto aperto, dove condividere esperienze e acquisire strumenti pratici per tradurre i principi dell’inclusione in azioni concrete.

Il calendario prevede incontri in quattro aree geografiche – Foggia, Bari-Bat, Brindisi-Taranto e Lecce – per garantire la massima accessibilità a tutte le amministrazioni locali. Questa scelta riflette l’impegno di Anci Puglia nel creare un percorso realmente partecipativo, capace di rispondere alle esigenze delle diverse realtà territoriali.

Il progetto culminerà il prossimo 21 marzo a Bari con un evento finale dal titolo Verso la costruzione di una cultura di genere nelle pubbliche amministrazioni. Sarà una giornata dedicata alla condivisione delle esperienze maturate durante il percorso e ospiterà un laboratorio curato da Labodif. Questo momento conclusivo non sarà solo una celebrazione dei risultati raggiunti, ma anche un’occasione per riflettere insieme sul valore della differenza nei processi decisionali e nella gestione pubblica.

Solo riconoscendo i bisogni delle persone e accogliendo le loro unicità si può costruire una società più equa e rispettosa mostrando come le istituzioni possano farsi promotrici di inclusione non solo attraverso leggi o regolamenti, ma anche attraverso il dialogo e la collaborazione.

Ogni Comune può e deve diventare un esempio virtuoso, capace di ispirare altre realtà. La parità non è uno slogan né una meta da raggiungere una volta per tutte: è un impegno quotidiano che richiede rispetto reciproco, ascolto autentico e responsabilità condivisa. È la capacità di riconoscere il valore delle differenze senza prevaricare, ma anzi accogliendo le unicità come una risorsa preziosa per crescere insieme.

La vera crescita richiede il coraggio di prestare attenzione alle voci delle persone, comprendere le necessità concrete dei territori e dare spazio a chi spesso viene ignorato. Non esistono soluzioni preconfezionate, l’obiettivo è creare comunità inclusive, dove chiunque abbia la possibilità di esprimersi e contribuire con la propria voce.

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Tra social e musica, dove finisce il vero talento?

Eccoci qui, ancora una volta a parlare di costume e di Sanremo. Ma siamo sicuri che sia davvero di musica che stiamo discutendo? Guardiamoci intorno, questo Festival è diventato il perfetto specchio della nostra società frenetica, con tutte le sue contraddizioni e le sue corse a perdifiato.

Carlo Conti, il “Signore dei tinelli” come lo ha definito Aldo Grasso, ha trasformato Sanremo in una maratona musicale monotona e prevedibile. La sua conduzione, rigida e frettolosa, sembrava voler chiudere il Festival prima ancora di averlo iniziato. Ma forse, in fondo, è proprio questo che vogliamo: un Sanremo “normale”, senza colpi di scena, che ci faccia sentire al sicuro in un mondo sempre più caotico (a me è piaciuto).

Olly, il giovane talento genovese, ha conquistato il gradino più alto del podio con “Balorda nostalgia”: un trionfo che unisce indiscutibile talento musicale e abilità nel navigare il mondo digitale. Con oltre mezzo miliardo di interazioni sui social, Sanremo 2025 ha dimostrato che il vero palcoscenico oggi è un ibrido tra l’Ariston e TikTok. La sua vittoria solleva una domanda interessante: quanto pesa oggi la capacità di creare engagement sui social nella valutazione del talento artistico? Non sto sminuendo le capacità musicali di Olly, ma è innegabile che la sua abilità nel coinvolgere il pubblico online abbia giocato un ruolo cruciale nel suo successo. Parliamoci chiaro: i social dettano legge ormai.

Mentre corriamo da un’app all’altra, commentando performance e outfit, c’è chi costruisce imperi digitali con video che molti di noi considererebbero “inutili”. E allora mi chiedo: ma che abbiamo studiato a fare, se sembra che basti un TikTok virale per raggiungere la fama?

Pensiamo a Giorgia, la favoritissima, che si ritrova fuori dal podio ma acclamata dalla platea. La sua “La cura per me” ha incantato pubblico e critica, ricordandoci che il vero talento non si misura in like ma non basta per vincere. Un paradosso che ci fa riflettere: quanto contano davvero i social nel determinare il successo di un artista?

Corriamo, corriamo, corriamo. Ma verso cosa? Verso chi? Fedez, con il suo “Battito”, ci ricorda che dietro i sorrisi forzati e i filtri perfetti si nascondono spesso anime in tumulto. La sua canzone sulla depressione è un grido d’allarme in un mare di banalità sanremesi. Forse dovremmo fermarci un attimo e chiederci: stiamo davvero bene? (È tornato alle origini, fare il rapper e lo ha dimostrato anche nella cover con Masini. Bravo)

Lucio Corsi, che ha cantato la normalità. “Volevo essere un duro”, intona con leggiadra ironia, smontando pezzo per pezzo il mito della perfezione a tutti i costi. In un mondo di eccessi, essere normali è diventato rivoluzionario. Chi l’avrebbe mai detto che desiderare una vita semplice sarebbe diventato un atto di ribellione? (Ora usciranno tutti i fantaguro da strapazzo a darci formule risolutive).

E quindi cosa ne facciamo di tutto questo? Continuiamo a correre dietro ai follower o ci fermiamo un attimo a respirare, senza farne necessariamente un video da pubblicare?

Nell’epoca in cui una tiktoker può guadagnare migliaia di euro per una comunione e un video può paralizzare una località turistica, non dovremmo forse ripensare le nostre priorità? (Certo un pò di rabbia mi viene ripensando ai miei sacrifici)

Sicuramente le aspettative sociali hanno un grande peso ma vi dò un consiglio la prossima volta che vi sentite inadeguati, mettete su “Cuoricini” dei Coma Cose e ballate come se nessuno vi stesse guardando. Perché, in fondo, nessuno vi sta davvero guardando: sono tutti troppo occupati a guardare se stessi.

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Una musica “ribelle” alla ricerca di verità e cambiamento

“La musica ribelle, che ti vibra nelle ossa…”: sono le parole di Eugenio Finardi che mi risuonano in testa ogni volta che penso al potere della musica. Ribelle perché capace di rompere schemi, di farci sentire vivi, di raccontarci il mondo con occhi nuovi. È questa forza che emerge, immancabilmente, ogni anno nella settimana di Sanremo, quando l’Italia intera si ferma per ascoltare, discutere, criticare e, a volte, lasciarsi emozionare dalle canzoni che si fanno portavoce del presente. Ma quanto davvero le parole che cantiamo, che ripetiamo come slogan, ci rappresentano? E quanto, invece, rischiano di diventare riflessi distorti di chi siamo?

Sanremo, nel bene e nel male, è lo specchio del nostro tempo. E quest’anno, tra le tante voci e i generi che si intrecciano sul palco dell’Ariston, una canzone ha attirato la mia attenzione: quella di Serena Brancale. La sua voce, calda e profonda, racconta un amore puro, declinato in una forma che non sempre trova spazio tra le narrazioni più comuni. È un amore che si nutre di radici, di appartenenza, di legami con la propria terra e le proprie origini, nell’alternanza tra il dialetto e l’italiano. La diversità come unione e celebrazione di una vera umanità: quella fatta delle proprie radici e del dialogo, interiore ed esteriore, che oggi è sempre più difficile mantenere.

Il contrasto emerge netto se pensiamo a molte altre canzoni di Sanremo, che spesso si trasformano in slogan privi di profondità, ripetuti senza riflettere sul loro reale significato. Parole che, a una prima lettura, sembrano raccontare libertà, amore, inclusione, ma che, analizzate più a fondo, svelano contraddizioni e, talvolta, messaggi tutt’altro che etici. Penso a quei ritornelli che diventano virali per la loro immediatezza, ma che riducono emozioni complesse a frasi fatte, svuotandole del loro potenziale trasformativo. È come se la musica, invece di educare o sensibilizzare, finisse per inseguire i “trend topic” senza offrire davvero nuovi punti di vista. Le parole, decontestualizzate e svuotate del loro significato, diventano pericolose. E oggi, nell’era dei social, un ritornello può trasformarsi in uno strumento di polarizzazione, anziché un ponte per avvicinare le persone.

E allora, cosa dovrebbe fare la musica? Tornare a essere ribelle, forse. Non nel senso di gridare più forte, ma di farsi portavoce di verità profonde, di raccontare il presente con autenticità, senza paura di affrontare temi scomodi. Esattamente come fa Serena Brancale, con il suo inno all’amore puro e diverso, che ci invita ad abbracciare ciò che ci rende unici. Perché la musica vera non si limita a intrattenere: accende riflessioni, risveglia emozioni, crea connessioni. Lo ha insegnato un altro grande come Pino Daniele, che in canzoni come “Terra mi”a sapeva raccontare il senso del vissuto attuale con lucidità e profondità.

Sanremo, con tutte le sue imperfezioni, resta un’occasione unica per riflettere su cosa significhi oggi scrivere e ascoltare canzoni. Le canzoni possono essere molto più che semplici melodie da canticchiare: possono diventare strumenti di cambiamento, di consapevolezza, di ribellione. “Sono solo canzonette”, diceva qualcuno. Ma non fatevi ingannare! Dietro quei ritornelli accattivanti si celano spesso messaggi tutt’altro che etici, pronti a insinuarsi nel subconscio collettivo.

E allora, durante questa settimana di Sanremo, iniziamo ad ascoltare non solo con le orecchie, ma con il cuore. Cerchiamo quelle parole che, come “la musica ribelle”, ci ricordano chi siamo e chi possiamo diventare.

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Quando Milano scopre il Burraco e lo trasforma in un gioco chic

Chi l’avrebbe mai detto che un gioco di carte nato in Puglia negli anni ’80 sarebbe diventato l’ultima moda tra i salotti milanesi? Eppure, eccoci qui a parlare del burraco come se fosse l’ennesima tendenza hipster importata da Brooklyn.

Il burraco, per chi non lo sapesse (e a questo punto mi chiedo dove siate stati negli ultimi 40 anni), è un gioco di carte che ha conquistato il cuore dei pugliesi molto prima che i milanesi scoprissero l’esistenza del Sud Italia.

In Puglia, il burraco è praticamente una religione: si gioca nei bar, nelle piazze, sotto gli ombrelloni, probabilmente anche durante le pause di lavoro negli uliveti. Insomma, è parte integrante del tessuto sociale pugliese da decenni. Ma ecco che Milano, sempre alla ricerca dell’ultima novità cool, ha deciso che il burraco è la nuova frontiera dell’intrattenimento chic.

Improvvisamente, organizzare serate di burraco è diventato più trendy che andare a un vernissage o a una degustazione di vini naturali.

Il fenomeno ha raggiunto livelli tali che persino l’artista Maurizio Cattelan e il PR Paride Vitale hanno fondato la “Burraco Society”, un club esclusivo dove l’élite milanese si riunisce mensilmente per giocare a carte. Immaginate la scena: stilisti, influencer e capitani d’industria che cercano disperatamente di ricordare la differenza tra un burraco “pulito” e uno “sporco”, mentre sorseggiando champagne d’annata.

Ma non finisce qui. Il burraco ha persino invaso gli spazi sacri della moda milanese. Il Circolo Gucci, tempio dell’alta moda, ha organizzato veri e propri corsi di burraco. Perché, si sa, non si è veramente chic se non si sa giocare a burraco con un look total Gucci.

E mentre a Milano il burraco diventa l’ennesimo status symbol, in Puglia continuano a giocarlo come hanno sempre fatto: senza pretese, senza dress code, senza influencer che postano stories con l’hashtag #burracolife.

La domanda sorge spontanea: perché ciò che nasce in provincia deve passare per Milano per essere considerato di valore? È forse necessario il timbro di approvazione della capitale della moda per rendere cool qualcosa che esiste da decenni?

La verità è che Milano ha il potere di trasformare qualsiasi cosa in trend. Domani potrebbero decidere che masticare fili d’erba è l’ultima moda e vedremmo influencer e socialite brucare nei parchi cittadini come pecore trendy.

Nel frattempo, in Puglia, continuano a giocare a burraco come hanno sempre fatto, probabilmente ridendo sotto i baffi (rigorosamente non curati in modo hipster) di questa improvvisa infatuazione milanese per il loro passatempo preferito.

Forse dovremmo imparare a valorizzare le nostre tradizioni senza aspettare che Milano le scopra e le trasformi in trend. O forse dovremmo semplicemente goderci lo spettacolo di vedere l’alta società milanese che cerca disperatamente di capire come si fa “pozzetto”.

In fondo, se il burraco può unire Nord e Sud, forse c’è ancora speranza per questo paese. Anche se, conoscendo l’Italia, è più probabile che finiremo per litigare su quale sia il modo “giusto” di giocare. Perché si sa, non c’è niente di più italiano che discutere animatamente su un gioco di carte.

E mentre il dibattito infuria, noi continueremo a mescolare le carte, sperando che la prossima mano sia quella buona. Che sia in un bar di provincia o in un salotto di lusso milanese, alla fine, il burraco resta sempre il burraco. Con buona pace di chi lo considera l’ultimo grido della moda o una tradizione intoccabile.

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Qualche consiglio per superare la paura del telefono

A cosa vi fa pensare il suono del telefono che squilla? Una volta, era il preludio a chiacchierate emozionanti con amici o notizie da lontano. Oggi, per molti, è come sentire l’inizio di un thriller: un misto di suspense e un leggero terrore.

Avete mai sentito parlare di telefonofobia? Un fenomeno sempre più diffuso tra i giovani, che si traduce in un timore viscerale ogni volta che il telefono vibra, si accende, emette suoni che disturbano la loro esistenza digitale. Ma perché si sviluppa questa fobia e cosa la provoca? Innanzitutto, le cause vanno ricercate nei cambiamenti delle abitudini comunicative degli ultimi anni.

Crescendo con chat, social e messaggi istantanei, molti ragazzi non hanno sviluppato familiarità con le telefonate non programmate, che invece facevano parte della quotidianità per i genitori e nonni. Rispondere al telefono è percepito come un evento ansiogeno, perché privo delle informazioni visive e contestuali fornite da altre forme di comunicazione. Dovete immaginare la scena: il telefono inizia a vibrare, e il povero Millennial o Gen Z lo guarda come se fosse un ordigno pronto a esplodere. “Ma non potevamo semplicemente mandare un WhatsApp o una mail?” Crescono stati d’ansia inaspettati, quasi impossibili per alcuni di noi, vengono messe in campo tutte le tecniche possibili per vincere lo stress. Qualcuno ascolta prima una canzone che usa come se fosse una carica di adrenalina e fiducia, sperando che l’effetto duri per tutta la chiamata.

Le conseguenze potrebbero essere nefaste (non scherzo). Nelle aziende americane, perché il fenomeno sta partendo da lì, i dirigenti (quelli che quasi vengono considerati di vecchia scuola solo perché preferiscono il telefono) vorrebbero che fosse maggiormente utilizzato il dialogo anche con uno smartphone piuttosto che una mail. Molti giovani ignorano le chiamate, anche se sono alla ricerca di un posto di lavoro, come se si sentissero incapaci di gestire il dialogo con la propria voce. Se una chiamata può essere sostituita da un’email o un audio, è lecito proporre alternative. Pertanto le aziende sono costrette a trovare modi alternativi per intercettare i candidati e le candidate sperando poi, che una volta risposto ad un annuncio, rispondano al telefono per fissare l’appuntamento (molte devono usare chat ad hoc).

Ma, come sempre, se qualcosa è un problema per una persona diventa una opportunità per un’altra. È la storia di Mary Jane Copps, la guru delle comunicazioni telefoniche, che può trasformare il più tremante dei millennial in un chiacchierone seriale, tutto per la modica cifra di 3mila dollari al giorno in caso di intervento in un’azienda con i dipendenti e 195 dollari l’ora per una sessione individuale. Poco più di un iPhone nuovo, giusto? La soluzione, però, potrebbe essere più semplice e meno costosa. Ecco qualche consiglio: pratica, pratica, pratica: provate a rispondere più spesso al telefono. Magari iniziate con chiamate non minacciose – la nonna sarà felicissima di sentire la vostra voce, garantito! Tecnologia a supporto: usate le cuffie. Liberare le mani può aiutare a sentirsi meno intrappolati e più rilassati. E chi sa, forse vi sentirete come un dj radiofonico piuttosto che come vittime di un interrogatorio. Rideteci su: infine, prendetela con leggerezza. Una chiamata non andata benissimo non è la fine del mondo. Anzi, potrebbe diventare il protagonista del prossimo meme virale che condividerete sui social! In conclusione, cari giovani ansiosi, la telefonata non è un mostro.

Con un po’ di pratica, la giusta attitudine e, perché no, una buona dose di umorismo, potrete trasformare ogni squillo in una nuova avventura. E ricordate, se tutto il resto fallisce, potete sempre mettere il telefono su silenzioso e fingere che non abbiate sentito. Shh, non diremo niente a nessuno!

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