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Pasqua, rincari record sui trasporti: biglietti di aerei, treni e bus alle stelle

Le festività di Pasqua, che spesso coincidono con l’arrivo del bel tempo, sono occasione per molti per fare i bagagli e trascorrere qualche giorno fuori casa. Ci sono gli studenti e i lavoratori fuorisede che torneranno a casa, per festeggiare con amici e parenti e c’è chi si prepara per una breve vacanza. Secondo le stime dell’O.N.F. (Osservatorio Nazionale Federconsumatori), una famiglia su 6 (pari a circa 4,1 milioni di famiglie) sceglierà di trascorrere Pasqua lontano da casa. Di questi oltre il 94% resterà in Italia, approfittando dell’ospitalità di amici e parenti, oppure scegliendo soluzioni low cost in b&b, agriturismi o appartamenti in affitto». Federconsumatori evidenzia anche che «in molti sceglieranno di spostarsi in auto: l’aumento dei prezzi di biglietti aerei, treni e pullman in questo periodo, infatti, è una certezza. Un fenomeno che incide pesantemente sulle tasche dei cittadini».

Il costo dei trasporti

Anche quest’anno Federconsumatori ha aggiornato il consueto studio sul costo dei trasporti durante il periodo pasquale, confrontando i prezzi per un viaggio nel weekend di Pasqua (18-22 aprile 2025) con quelli di un weekend ordinario (21-24 marzo 2025). I risultati confermano aumenti significativi su tutte le principali tratte. In particolare, i costi dei viaggi in treno aumentano mediamente del +51%, con picchi fino al +98% (Milano-Firenze). Non va molto meglio a chi decide di prendere un volo: i costi delle tratte nazionali aumentano del +60% (con un picco del +92% per la tratta Milano-Palermo) e quelli dei voli internazionali del +41%.

I rincari del viaggio in bus

Il viaggio in pullman risulta ancora il più economico, ma è quello che registra i rincari più elevati. Mediamente i biglietti monitorati aumentano del +86%, l’aumento più elevato si registra sulla tratta Roma-Napoli, che a Pasqua ha una tariffa più elevata del +92% rispetto a una qualunque settimana di marzo, si sottolinea. «Si tratta di rincari che ogni anno denunciamo, ma a cui ancora non si è deciso di porre un freno. A pagarne le conseguenze i cittadini, specialmente lavoratori e studenti che si trovano lontano da casa e che vorrebbero trascorrere le festività in famiglia. Alla luce di questi sovrapprezzi c’è chi si è organizzato da tempo, prenotando il biglietto con largo anticipo, per spuntare le tariffe migliori e chi è alla ricerca di soluzioni alternative, come il car sharing», sottolinea Federconsumatori, che conclude con un appello. «È arrivato il momento di porre un faro su questi rincari, che spesso non solo sono del tutto ingiustificati, ma si accompagnano a ritardi e disservizi. Per questo Federconsumatori chiede un intervento urgente delle Autorità competenti per garantire un accesso equo alla mobilità e arginare la speculazione sui prezzi dei trasporti in occasione delle festività».

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Vini dealcolati, la produzione salirà del 60% ma i dazi minacciano lo champagne europeo

La produzione dei vini dealcolati italiani salirà quest’anno di circa il 60% rispetto al 2024, con una quota maggioritaria per i zero alcohol (83%) e gli spumanti. È il risultato del sondaggio del nuovo Osservatorio dealcolati di Uiv-Vinitaly relativo al panel sui principali produttori italiani del segmento. Secondo il segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti, «la nicchia produttiva è nella sua fase embrionale ma già si registra l’effetto positivo generato dal decreto di dicembre che disciplina le disposizioni nazionali sulla produzione della categoria. Prova ne sia che oltre all’aumento dell’offerta la gran parte delle imprese esprime l’intenzione di trasferire la produzione in Italia». Tra i principali mercati obiettivo dichiarati dalle imprese, Nord America, Germania, Paesi Nordici ed Est Europa.

I convegni

Al Vinitaly, a fare il punto sul mercato potenziale sia in chiave prodotto che tecnologico, i due convegni organizzati da Uiv in collaborazione con Vinitaly, dedicati a “Zero alcol e le attese del mercato” e “Tecnologia 0.0: produzione e innovazione a confronto”. Il primo appuntamento presenta una verticale sul mercato dei “Nolo” dalla vendita al consumo, a partire dall’analisi dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly fino agli insight dei player degli importatori, della distribuzione e dell’Horeca. Il focus dedicato alla tecnologia vedrà invece protagonisti, in una tavola rotonda, i principali produttori Nolo made in Italy e i fornitori di impianti e prodotti per l’enologia zero.

I dazi

La guerra dei dazi lanciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump può mettere in crisi la filiera vitivinicola italiana, ma anche aprire nuove opportunità. È invece il messaggio lanciato dai vertici del sistema Italia in Usa, in un incontro avvenuto lunedì sera a New York. La questione delle tariffe che gli Stati Uniti potrebbero imporre ha dominato la discussione, in particolare riguardo alle minacce lanciate da Trump di applicare dazi fino al 200 per cento su vini e champagne europei. Il confronto, però, ha aperto anche uno spazio di riflessione sulle potenziali opportunità che questa stagione potrebbe offrire al settore. Maurizio Muzzetta, presidente di Fiere Italiane, ha sottolineato la necessità di investire maggiori risorse in aree del mercato finora non esplorate. In questo senso rientra l’idea di lanciare un evento come Vinitaly USA al Navy Pier di Chicago il 5 e 6 ottobre. «L’Italia – ha detto Muzzetta – ha fatto grandi promozioni a New York come pure in Florida e in California, ma abbiamo trascurato le aree secondarie. Chicago è una di queste». Il presidente di Fiere Italiane ha sottolineato la grande partecipazione di questa edizione: «Abbiamo l’Ice, le Camere di Commercio, l’ente Fiere di Verona. L’anno scorso c’erano sette regioni, quest’anno contiamo di averne quindici. Stiamo iniziando a lavorare con i consorzi».

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La proposta dell’ex ministro Franceschini: «Ai figli solo il cognome della madre»

«Ai figli solo il cognome della madre». È la proposta che l’ex ministro e senatore del Pd Dario Franceschini ha intenzione di presentare in Senato. Un’idea che Franceschini ha anticipato ieri all’assemblea del gruppo, che discuteva delle proposte di legge sul doppio cognome.

«Anziché creare infiniti problemi con la gestione dei doppi cognomi o con la scelta tra quello del padre e quello della madre – è il ragionamento di Franceschini – dopo secoli in cui i figli hanno preso il cognome del padre, stabiliamo che dalla nuova legge prenderanno il solo cognome della madre. È una cosa semplice ed anche un risarcimento per una ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle disuguaglianze di genere».

La provocazione

La provocazione ha suscitato le reazioni dei partiti di maggioranza e non solo. «Ecco le grandi priorità della sinistra italiana: invece del doppio cognome, togliere ai bimbi il cognome del padre! Ma certo, cancelliamoli dalla faccia della terra questi papà, così risolviamo tutti i problemi… Ma dove le pensano’ste idee geniali?» ha scritto su X il vicepremier e segretario della Lega, Matteo Salvini. «Evidentemente al buon Dario sfugge quanto sia stato difficile già lavorare alla giustapposizione dei cognomi di entrambi i genitori. Quindi interpreto la sua proposta come una provocazione, una boutade…anche perché non si risponde a una discriminazione, sia pur millenaria, con un’altra discriminazione», ha detto Alessandra Maiorino, vicepresidente dei senatori M5S e firmataria di una proposta di legge sul doppio cognome ai figli.

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Rai, dal Consiglio di amministrazione fumata bianca per le nomine

Dai tg ai generi: dal Consiglio di amministrazione della Rai arriva la fumata bianca per le nomine del nuovo corso targato Giampaolo Rossi. Si parte da due conferme, ovvero Pierluca Terzulli al Tg3 e Roberto Pacchetti alla Tgr, che passano dall’interim assegnato nel cda del 19 dicembre scorso alla direzione effettiva. Poi è la volta di RaiNews, dove arriva Federico Zurzolo – già vicedirettore dell’Approfondimento – che prenderà il posto di Paolo Petrecca, spostato a Rai Sport.

Luce verde dal cda anche all’istituzione della Direzione coordinamento generi con al vertice Stefano Coletta. Il quale, a sua volta, lascia il posto a Maurizio Imbriale alla Distribuzione. Sul fronte dei generi il cambiamento più evidente è nel Prime Time, dove Marcello Ciannamea viene sostituito da Williams Di Liberatore e approda ai Contenuti digitali e transmediali.

Le caselle

A Rai Cultura arriva Fabrizio Zappi da Rai documentari, la cui direzione viene assunta dal vice Luigi Del Plavignano. Roberto Genovesi, già direttore di Rai Libri, assume la direzione Rai Kids al posto di Luca Milano prossimo alla pensione. Maria Rita Grieco, infine, lascia la vicedirezione del Tg1 e si sposta all’Offerta estero dopo il pensionamento di Fabrizio Ferragni.

Capitolo radio. L’ad Rossi ha comunicato di aver individuato per la direzione Rai Radio Marco Caputo, che subentra all’interim Flavio Mucciante. Sul fronte del Gr Radio e di Radio 1 l’avvicendamento tra l’attuale direttore Francesco Pionati e Nicola Rao avverrà dal 15 luglio, con il pensionamento di Pionati.

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Dazi, ora anche l’Istat lancia l’allarme: «A rischio il settore export italiano»

L’applicazione dei dazi preannunciati dall’amministrazione statunitense nei confronti dell’Europa potrebbe avere effetti rilevanti sul nostro paese.

È quanto suggerisce un’analisi svolta dall’Istat in un focus contenuto nella nota sull’andamento dell’economia.

«Nel 2024, oltre il 48% del valore dell’export italiano è stato indirizzato al di fuori dell’Ue, una quota superiore a quelle tedesca, francese e spagnola. Tra i principali partner commerciali, gli Stati Uniti hanno assorbito circa il 10% delle vendite all’estero dell’Italia, e più di un quinto di quelle di prodotti italiani destinati ai mercati extra europei», spiega l’Istat. Nel 2024, l’Europa ha fornito un contributo negativo alla crescita degli scambi internazionali, penalizzata dalla guerra tra Russia e Ucraina e dalla debolezza dell’economia tedesca.

Il focus

«Le esportazioni europee hanno segnato risultati particolarmente negativi nel settore automobilistico e in quelli dei prodotti chimici e farmaceutici che, dopo il forte aumento degli anni della pandemia di Covid-19, sono tornati ai trend normali. Nel 2025, in base alle stime del Wto, la tendenza negativa dovrebbe invertirsi e l’Europa potrebbe tornare a fornire un contributo positivo all’andamento delle esportazioni e importazioni mondiali di beni in volume», spiega l’Istat nel focus dedicato alle esportazioni italiane verso i principali mercati extra Ue. «Sul futuro degli scambi europei pesano tuttavia numerosi rischi al ribasso, tra cui gli attriti commerciali internazionali e la possibile escalation delle tensioni geopolitiche che creerebbero nuovi ostacoli alle catene globali di distribuzione e approvvigionamento», afferma l’Istituto di statistica.

Le politiche industriale

«L’uso crescente di politiche industriali ‘introverse’ in molti paesi e gli orientamenti protezionistici nella politica commerciale, soprattutto degli Stati Uniti, potrebbero, inoltre, influenzare negativamente la crescita del commercio nel breve e medio termine».

Le preoccupazioni

Uno scenario che preoccupa Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl. «È corretto pressare gli Stati che sono nostri fornitori e acquirenti, ma bisogna soprattutto intervenire nel contrasto di Paesi come la Cina che producono a basso costo concorrendo in maniera sleale con le nostre imprese, a danno dei lavoratori – sostiene Capone – In un contesto così difficile, servono scelte coraggiose, per difendere l’industria europea ed il nostro sistema economico ed anche sociale».

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Migranti, la decisione della Cassazione sul caso Diciotti riaccende lo scontro tra governo e magistrati

A sole 48 ore dall’incontro a Palazzo Chigi durante il quale il neopresidente dell’Anm, Cesare Parodi, aveva chiesto alla premier Giorgia Meloni «un maggiore rispetto» per i magistrati, il caso della nave Diciotti riaccende lo scontro tra poteri dello Stato. A far cadere gli appelli nel vuoto la dura reazione con cui la presidente del Consiglio ha accolto la decisione assunta dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che, scrive via social la premier, «hanno condannato il governo a risarcire un gruppo di immigrati illegali trasportati dalla nave Diciotti perché il governo di allora, con Ministro dell’Interno Matteo Salvini, non li fece sbarcare immediatamente in Italia». Per Meloni, «lo fanno affermando un principio risarcitorio assai opinabile, quello della presunzione del danno, in contrasto con la giurisprudenza consolidata e con le conclusioni del Procuratore Generale».

L’affondo

In sostanza, è il ragionamento della premier, «per effetto di questa decisione, il Governo dovrà risarcire, con i soldi dei cittadini italiani onesti che pagano le tasse, persone che hanno tentato di entrare in Italia illegalmente, ovvero violando la legge dello Stato italiano». «Non credo siano queste le decisioni che avvicinano i cittadini alle istituzioni», è infine l’affondo della presidente del Consiglio che poi aggiunge: «Confesso che dover spendere soldi per questo, quando non abbiamo abbastanza risorse per fare tutto quello che sarebbe giusto fare, è molto frustrante» . Salvini parla di «sentenza vergognosa, un’altra invasione di campo indebita. Chiedere dopo anni che siano i cittadini italiani a pagare per la difesa dei confini, di cui ero orgogliosamente protagonista è indegno». Il vicepremier poi alza il tiro mettendo nel mirino i giudici: «Pagassero loro e se c’è qualcuno che ama così tanto i clandestini, li accolga un po’ a casa sua e li mantenga. Chissà se di fronte allo splendido palazzo della Cassazione allestissero un bel campo rom e un bel centro profughi, magari qualcuno cambierebbe idea». In scia, seppure in maniea più soft, anche l’altro vice di Meloni, Antonio Tajani: «Una sentenza che non condivido, non ne condivido le basi giuridiche».

La replica

Reazioni che a stretto giro innescano la netta replica della prima presidente della Corte di Cassazione, Margherita Cassano: «Le decisioni della Corte di Cassazione, al pari di quelle degli altri giudici, possono essere oggetto di critica. Sono, invece, inaccettabili gli insulti che mettono in discussione la divisione dei poteri su cui si fonda lo Stato di diritto». Al suo fianco si schiera proprio l’Anm, che giudica gli attacchi «ingiustificati, senza alcun rispetto per la separazione dei poteri. Ogni volta che una decisione è sgradita, viene collegata ad una valutazione ideologica», e «il normale ed ordinario esercizio dell’attività giurisdizionale, questa volta anche in sede di legittimità, diventi un pretesto per attaccare frontalmente la Magistratura».

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Truppe italiane in Ucraina, Mattarella è cauto: «Prematuro parlarne»

«Non siamo ancora a questo punto, non sono neanche iniziati i negoziati di pace. Parlare di quello che avverrà come soluzioni è totalmente fuori dal momento». Sergio Mattarella tira il freno a mano sull’eventualità dell’invio di soldati italiani in Ucraina all’interno di una forza di peace-keeping. Una decisione prematura, ha sottolineato il Capo dello Stato, probabilmente nel tentativo di stemperare il clima scottante sia in maggioranza che nelle file dell’opposizione sul tema. E insieme un messaggio di cautela che dovrebbe rassicurare la premier Giorgia Meloni.

I temi caldi

In una intervista alla televisione pubblica giapponese NHK rilasciata da Kyoto, seconda tappa della sua visita in Giappone, il presidente della Repubblica ha affrontato a tutto campo i temi caldi della politica internazionale: dall’aggressione russa all’introduzione dei dazi minacciati dal presidente americano Donald Trump. Per l’Ucraina «serve una pace giusta che non crei un omaggio alla prepotenza delle armi perché altrimenti si aprirebbe una stagione pericolosissima per la vita internazionale. Una soluzione giusta che non sia fragile e transitoria», ha chiarito subito rispondendo alle domande della giornalista di NHK che mostrano quanto il dibattito sia sentito anche nel lontanissimo Giappone.

La soluzione auspicata

Il capo dello Stato ha ricordato che l’Europa da tre anni sostiene l’Ucraina e la necessità di un dialogo negoziale. Ma non svendendo la sua integrità territoriale: «Va cercata con convinzione una soluzione di pace che non mortifichi nessuna delle due parti ma che sia giusta perché sia duratura, perché una pace basata sulla prepotenza non durerebbe a lungo». Per la prima volta Mattarella ha sottolineato che non bisogna mortificare né la Russia né l’Ucraina ma, per il presidente, resta il fatto che l’aggressore è Mosca e che le garanzie internazionali devono essere ovviamente per lo Stato più piccolo e meno armato. Si tratta di garantire il futuro di pace dell’intera Europa e Mattarella lo ha evidenziato: «La violazione delle regole del diritto internazionale è inammissibile altrimenti si afferma il principio che uno Stato più forte può imporre la sua volontà con le armi agli Stati vicini meno forti e meno grandi. Ciò – ha aggiunto – renderebbe una barbarie i rapporti internazionali. E per questo in Europa vi è una forte difesa dell’Ucraina. Perché se si affermasse questa logica altre aggressioni seguirebbero e un succedersi di aggressioni porterebbe inevitabilmente a una guerra di proporzioni inimmaginabili». Servono allora «regole certe che valgano per tutti a prescindere dalle dimensioni o dalla forza militare o economica di cui dispongono. Regole di questo genere sono indispensabili per una vita ordinata».

La questione dazi

Inevitabile un passaggio sui dazi, quelle barriere tariffarie che, per il Quirinale, allontanano sia la pace che la prosperità dei popoli. È «indispensabile – ha spiegato Mattarella – avere delle economie aperte. Un mondo fatto di economie chiuse, in contrapposizione tra di loro, è un mondo invivibile. Invece un mondo fatto di economie aperte è quello che nella storia ha sempre accompagnato la pace. Quando sono prevalse economie contrapposte, in contrasto radicale, c’è sempre stata – ha ricordato – una conseguenza di scontri e qualche volta di conflitti». Sul famoso discorso di Marsiglia, che tanto ha turbato l’amministrazione russa, Mattarella ha argomentato: «In quegli anni, 90 anni fa, si era affermata in alcuni Stati una volontà di dominio sugli Stati meno forti e anche l’idea che si potesse imporre la propria volontà agli altri Stati attraverso le armi».

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Dazi, la diplomazia cinese contro Trump: «No alla legge della giungla o reagiremo»

«Se gli Stati Uniti continueranno a contenere la Cina, reagiremo con fermezza». Non usa mezzi termini il capo della diplomazia cinese, Wang Yi, incontrando i giornalisti e continuando a criticare le politiche Usa nel mezzo della guerra dei dazi con l’amministrazione Trump. La Repubblica Popolare torna a promettere «contromisure in risposta» a quelle che considera «pressioni arbitrarie» e insiste nell’accusare Trump di usare il problema del fentanyl, la droga killer, come «pretesto». Le due superpotenze possono contribuire l’una al successo dell’altra, ha ripetuto Wang, insistendo sul «rispetto reciproco» e sulla necessità di «cooperazione e dialogo» con approcci che siano «positivi e pragmatici».

Il rapporto tra le superpotenze

«Nessuno dovrebbe poter pensare di poter sopprimere la Cina e al contempo mantenere buone relazioni con la Cina – ha detto Wang, nelle dichiarazioni rilanciate dai media cinesi – Queste azioni ipocrite non sono positive per la stabilità delle relazioni bilaterali né per creare fiducia reciproca». A margine dei lavori delle “Due Sessioni”, l’evento politico dell’anno del gigante asiatico, ha osservato come se ogni Paese, come gli Stati Uniti, desse priorità ai suoi interessi nazionali nelle decisioni di politica estera il mondo tornerebbe alla «legge della giungla».

Il messaggio

Nel lanciare il suo monito, Wang – fedelissimo del leader cinese Xi Jinping – non ha mai citato esplicitamente gli Stati Uniti, ma il messaggio è stato molto chiaro. «Nel mondo ci sono più di 190 Paesi – ha detto, rispondendo a una domanda della Cnn che gli chiedeva della politica “America First” di Donald Trump – Se tutti dovessero sottolineare “Prima il mio Paese” e fissarsi su una posizione di forza, regnerebbe di nuovo la legge della giungla, i Paesi più piccoli e più deboli ne sentirebbero per primi il peso e sarebbe un duro colpo per le norme e l’ordine internazionale». «Un grande Paese deve onorare i suoi impegni a livello internazionale e adempiere al proprio dovere. Non dovrebbe mettere interessi egoistici davanti ai principi e ancor meno dovrebbe esercitare il potere bullizzando i deboli», ha incalzato Wang. E ha citato il caso di Deepseek, il modello di intelligenza artificiale cinese, come prova, a suo avviso, dell’inutilità delle misure decise dagli Stati Uniti. «Quando c’è un assedio, c’è una svolta – ha detto – Quando c’è oppressione, c’è innovazione». Intanto i dati ufficiali diffusi ieri mostrano che a gennaio e febbraio il valore delle esportazioni cinesi è aumentato del 2,3% su base annua, ben al di sotto delle aspettative, come evidenziano gli osservatori. Ma la Cina si è detta «fiduciosa», aggrappandosi a una crescita economica di «circa il 5%», un obiettivo simile all’anno scorso, nonostante le «incertezze esterne» e la «domanda interna debole».

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Rai, slittano le nonime: «Stallo irresponsabile del servizio pubblico»

Ancora fumata nera per le nomine alle testate all’ordine del giorno del Consiglio di amministrazione Rai in programma oggi. Nel termine ultimo delle 24 ore dalla riunione non sono arrivati i curricula dei candidati da parte dell’Ad Giampaolo Rossi.

L’azienda «rimane dunque bloccata perché dentro la maggioranza politica e dentro la maggioranza del Consiglio di Amministrazione non si è raggiunto l’accordo sul complesso delle direzioni da assegnare. Così si consegna colpevolmente alla totalità dei dipendenti e all’opinione pubblica l’immagine di una Rai talmente schiava delle note compatibilità politiche da rinviare ogni decisione: comprese quelle unanimemente giudicate urgenti per superare le evidenti criticità dell’organizzazione per generi», ha commentato duramente Roberto Natale, consigliere di amministrazione della Rai.

Le accuse

Natale parla di «un comportamento irresponsabile» che «sporca il brillante successo di Sanremo zavorrando ancora una volta la Rai con una nuova, evitabilissima dimostrazione di subalternità».

«Né vale invocare la mancata soluzione del rebus presidenza, il blocco della Vigilanza, lo stallo della discussione sulla riforma della governance – aggiunge – Pur in un contesto così difficile, l’interesse aziendale impone di uscire da questa palude e decidere, praticando una doverosa autonomia. In attesa dell’indispensabile riforma che il Media Freedom Act ci impone, l’azienda non può rischiare di affondare negli interim».

La posizione del Pd

Dello stesso avviso il partito democratico, che accusa la maggioranza e il governo di bloccare la Rai per le loro divisioni interne, «trascinando il servizio pubblico in uno stallo irresponsabile e senza precedenti».

«Mentre il Paese ha bisogno di una Rai autonoma ed efficiente, si continua a parlare solo di nomine e spartizioni, senza affrontare il vero nodo: l’assetto complessivo del sistema radiotelevisivo pubblico – sottolineano i componenti democratici della Commissioni di vigilanza Rai – Lo scontro nella maggioranza è ormai frontale: Lega e Forza Italia attaccano duramente l’amministratore delegato, arrivando addirittura a definirlo “Re Tentenna”.

Un teatrino inaccettabile che paralizza il servizio pubblico e danneggia la credibilità dell’azienda. Per il Partito Democratico, basta con questo spettacolo imbarazzante. È urgente recepire il Media Freedom Act, che impone regole chiare per garantire indipendenza e qualità all’informazione pubblica. La Rai non può restare prigioniera di logiche di potere: il servizio pubblico deve essere al servizio dei cittadini, non della politica».

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Stop al Salva Milano: dietrofront del Comune dopo l’arresto di Oggioni

Denaro dai costruttori (178mila euro in 3 anni) per gestire le pratiche edilizie come «un’organizzazione parallela» al Comune di Milano. Leggi scritte dagli indagati e consegnate ai parlamentari per stoppare le inchieste della magistratura.

Mette la parola fine al “Salva Milano” la nuova indagine della Procura guidata da Marcello Viola che ha portato all’arresto di Giovanni Oggioni, ex dirigente e plenipotenziario dell’edilizia privata di Palazzo Marino, indagato per corruzione, falso e depistaggio aggravato e ritenuto il “regista” di un sistema di favori sul mattone milanese.

Lo stop del Comune

Dopo aver letto l’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari del gip Mattia Fiorentini il Comune annuncia che non ha più intenzione di «sostenere» il disegno di legge chiesto per mesi a gran voce da imprese di costruzioni e dal sindaco Giuseppe Sala.

«Gli elementi di novità, e purtroppo di maggiore gravità, descritti negli atti di accusa inducono questa Amministrazione a non sostenere più la necessità di proseguire nell’iter di approvazione della proposta di legge cosiddetta Salva Milano», ha fatto sapere in serata Palazzo Marino.

Una virata di 180 gradi in poche ore che nasce dalle pesanti accuse mosse dai pm Marina Petruzzella, Paolo Filippini, Mauro Clerici e l’aggiunto Tiziana Siciliano che in due anni hanno coinvolto a macchia d’olio decine di professionisti, professori universitari e funzionari pubblici negli oltre 20 fascicoli su urbanistica e cantieri.

La spallata

La spallata alla norma ferma al Senato l’hanno data le intercettazioni e le chat agli atti dell’inchiesta del Nucleo di polizia economico finanziaria della guardia di finanza. Quelle che possono imbarazzare la giunta Sala – l’avvocato Guido Bardelli che parla con Oggioni di «far cadere questa Giunta» 6 mesi prima di essere nominato assessore alla Casa – e le telefonate dell’ex dirigente Oggioni e dell’architetto indagato per falso e traffico di influenze, Marco Emilio Cerri in cui si intestano la paternità del “Salva Milano” per chiudere la partita con i tribunali.

Cerri afferma di aver scritto la norma già a febbraio 2024 e di averla consegnata al relatore alla Camera dei Deputati e parlamentare di Fratelli d’Italia, Tommaso Foti, oggi ministro per gli Affari europei e il Pnrr del governo Meloni.

Il pressing

Nelle carte i pm parlano di “pressing” costante su alcuni “referenti politici” come l’ex ministro e papabile candidato sindaco a Milano del centrodestra nel 2027, Maurizio Lupi, che ammette i contatti, ma aggiunge: «Il Parlamento non scrive leggi sotto dettatura».

La stangata giudiziaria illumina anche la figura dell’ex dirigente arrestato e ora scaricato da tutti dopo aver guidato la macchina amministrativa negli anni ruggenti dei miliardi piovuti in investimenti immobiliari su Milano, di Expo, delle riqualificazioni degli scali ferroviari, delle Olimpiadi e di Santa Giulia. Architetto, 68 anni di cui 32 da tecnico e dirigente, membro di giurie internazionali come “Reinventing cities”.

Una pausa di 5 anni da manager in Esselunga nel 2012 per occuparsi di rapporti con la pubblica amministrazione, poi il rientro in piazza della Scala nel 2017 come direttore dello sportello unico edilizia. Infine, pensionato nel 2021, nominato vice presidente della commissione paesaggio e segretario dell’ordine degli architetti.

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